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Miniere di rame , Montecatini val di Cecina , loc. Camporciana

Breve storia

La miniera di Caporciano è una miniera di rame con origini storiche. Si trova a circa un chilometro dall’abitato di Montecatini Val di Cecina ed è stata attiva dall’epoca etrusca fino agli inizi del 1900, con alcune interruzioni.

Durante il XIX secolo l’attività di estrazione del rame ebbe una forte espansione e la miniera di Montecatini Val di Cecina diventò la più grande miniera di rame d’Europa. L’attività mineraria cessò agli inizi del XX secolo.

Il complesso museale dell’area mineraria è il risultato della volontà dell’amministrazione comunale di Montecatini Val di Cecina che con l’aiuto di altre istituzioni: Comunità Montana dell’Alta Val di Cecina, Provincia di Pisa, Regione Toscana, e Unione Europea è riuscita a recuperare il complesso minerario abbandonato.

Descrizione


La miniera era suddivisa in dieci livelli e in ciascun livello si diramavano varie gallerie. Se si sommano tutte le lunghezze delle gallerie si raggiungono i 35 km e se si sommano le altezze di tutti i pozzi si raggiungono i 10 km.

  • Immagine n.1 Accesso Miniera
  • Immagine n.2 Inizio Galleria
  • immagine n.3 Primi Gradini
  • immagine n.4 Galleria che curva
  • immagine n.5 Gallerie con centine
  • immagine n.6 Galleria con centine
  • museo
  • Strumenti
  • Mura esterne
  • panoramica
  • panoramica
  • mura interne
  • mura interne
  • composizione mura
  • mura interne
  • materiale ricco di rame
  • materiale ricco di rame
  • mura interne
  • particolari argano
  • particolari argano
  • particolari argano
  • mura interne
  • statua dedicata ai minatori ed alle famiglie
  • mura interne
  • Amministrazione

OPC Ospedale Psichiatrico Criminale Montelupo F.No.

Breve Storia

A partire dalla seconda metà del XIX secolo, nel corso dell’acceso dibattito tra opposte scuole penalistiche italiane, cominciò ad emergere l’idea di creare delle istituzioni destinate ai cosiddetti “folli rei”, soggetti che avevano commesso un reato in stato di assoluta follia e che, secondo l’impostazione della scuola Classica, non potevano rispondere della loro condotta delittuosa in quanto l’irrogazione di una pena in senso stretto era necessariamente ricollegata alla consapevolezza e colpevolezza del reo. Conseguentemente, il codice penale all’epoca vigente escludeva la responsabilità in capo al soggetto che avesse commesso un delitto in condizioni di “assoluta imbecillità, pazzia o morboso furore”, che pertanto veniva prosciolto e, di norma, rimesso in libertà.

A tale concezione si opponeva la scuola Positiva, forte delle conoscenze acquisite dalla nuova scienza criminologica. Il “pazzo delinquente”, così determinato da fattori biologici e antropologici, rappresentava un pericolo per la collettività, dinanzi al quale la società era chiamata ad approntare idonei strumenti difensivi. La reazione dell’ordinamento al crimine, pertanto, avrebbe dovuto attivarsi anche nei confronti del folle; la prigione, tuttavia, non sarebbe stata adeguata a tali individui. Infatti, se da un lato rischiavano di pregiudicarne l’ordine e la disciplina, dall’altro le case di pena non erano idonee a fornire loro le cure necessarie.

Pertanto, gli esponenti della scuola Positiva (primo fra tutti Cesare Lombroso) proposero l’istituzione di appositi manicomi criminali sul modello di quelli già creati in Inghilterra a partire dal secolo precedente, istituzioni capaci di eliminare dalla società i soggetti ritenuti irrecuperabili ed eventualmente curare quelli per i quali poteva prevedersi una riabilitazione. Si immaginava, così, un’istituzione con direzione medica e personale carcerario a metà tra una struttura per folli e una per delinquenti, tra cura e custodia, tra medicina e giustizia.

Il codice Zanardelli del 1889, pur non sposando le tesi della scuola Positiva, stabilì che in caso di reato commesso in stato di infermità mentale tale da togliere la coscienza o la libertà dei propri atti, l’individuo, seppure prosciolto perché non punibile, poteva essere consegnato all’autorità di pubblica sicurezza, laddove il giudice ne avesse stimato pericolosa la liberazione. L’autorità competente provvedeva in seguito al ricovero provvisorio in un manicomio in stato di osservazione; se dopo tale periodo la prognosi di pericolosità veniva confermata, il giudice ne ordinava il ricovero definitivo.

Il codice penale, peraltro, parlava di semplici “manicomi”, non facendo alcun cenno alle nuove strutture che nel frattempo erano sorte. Il primo manicomio giudiziario fu inaugurato a Montelupo Fiorentino nel 1886, sebbene già nel 1859 fosse stata creata presso la casa penale per invalidi di Aversa una speciale “sezione per maniaci” che ospitava i detenuti che, successivamente alla commissione del reato, fossero stati colpiti da un’infermità psichica. Fu il successivo Regolamento Generale per gli Stabilimenti Carcerari del 1891 a prevedere che gli imputati prosciolti per infermità di mente potessero essere ricoverati presso i due suddetti manicomi giudiziari, ai quali ben presto se ne aggiunse un terzo a Reggio Emilia.[2]

La prima norma a disporre il ricovero coattivo all’interno dei manicomi è stata la legge 14 febbraio 1904, n. 36. La vera svolta, tuttavia, avvenne con l’approvazione del Codice Rocco nel 1930 che istituzionalizzò il ricorso al manicomio giudiziario quale misura di sicurezza da disporsi sempre nei confronti dell’imputato prosciolto per infermità psichica. Con il nuovo codice l’ordinamento penale italiano accolse le istanze della cosiddetta Terza Scuola, introducendo quale compromesso tra le contrastanti opinioni delle scuole Classica e Positiva il sistema del doppio binario che articolava le risposte sanzionatorie alla commissione di un reato distinguendole tra pene e misure di sicurezza, queste ultime a loro volta suddivise in personali e patrimoniali.[3]

Successivamente, con la riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975 e con il relativo regolamento di attuazione di cui al D.P.R. 29 aprile 1976, n. 431, entrarono a far parte del sistema penale italiano. Tuttavia nel 2011, il decreto legge 22 dicembre 2011, n. 211, successivamente convertito in legge 17 febbraio 2012, n. 9, aveva disposto all’art. 3-ter la chiusura delle strutture per la data del 31 marzo 2013. Tale norma fu adottata dopo un’indagine parlamentare che accertò le condizioni di estremo degrado degli istituti e la generalizzata carenza di quegli interventi di cura che avevano motivato l’internamento. In proposito la stessa legge prevede poi che le misure di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario e dell’assegnazione a casa di cura e custodia sono eseguite esclusivamente all’interno delle strutture i cui requisiti sono stabiliti con D.M. emanato dal Ministro della salute, adottato di concerto con il Ministro della giustizia, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome.

Il 17 gennaio 2012 la Commissione giustizia del Senato ha approvato all’unanimità l’emendamento per la chiusura definitiva degli OPG entro il 31 marzo 2013[4]. Il decreto legge 25 marzo 2013 n. 24 ha poi prorogato tale chiusura al 1º aprile 2014. Ancora una volta, tuttavia, il termine originariamente disposto non è stato rispettato, e lo stesso 1º aprile il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha promulgato “con estremo rammarico” un decreto legge che fissa al 30 aprile 2015 la data entro la quale dovranno essere chiuse queste strutture[5][6] Il decreto legge 31 marzo 2014, n. 52 – convertito in legge 30 maggio 2014, n. 81- ne ha disposto un’ultima proroga sino al 31 marzo 2015.[7]

Edificio principale

Particolare accesso

Viaggio nella sofferenza :Manicomio di Volterra

Nascita dell’ospedale

L’ospedale psichiatrico di Volterra nasce in seguito all’istituzione di un ospizio di mendicità per i poveri del comune, riconosciuto ente morale il 5 giugno 1884.
In quel tempo la provincia di Pisa mandava circa 500 malati di mente all’ospedale di San Niccolò di Siena. Per diminuire il numero dei ricoverati la direzione dell’ospedale di San Niccolò aumentò la retta giornaliera a 1,50 lire. Il prefetto di Pisa, comm. Sensales, si adoperò per farla ridurre, ma inutilmente; si rivolse quindi agli enti locali di ricovero della provincia, offrendo la retta di una lira. Aurelio Caioli, divenuto nel 1887 presidente della Congregazione di carità di Volterra, accettò l’offerta e fece una convenzione con la provincia con conseguente trasferimento dei primi trenta malati di mente da Siena a San Girolamo (originaria sede della prima sezione dementi).[1]
Nel 1889 Caioli trasferì la sezione anziani dal convento di S. Girolamo all’attuale ospizio di Santa Chiara, perché i ricoverati nella sezione dementi aumentavano di anno in anno. Nel 1890 la Congregazione dovette affittare la villa di Papignano, nelle vicinanze del convento, per ospitarli. Nel 1897 la sezione dementi divenne ufficialmente «Asilo Dementi». In quell’anno i ricoverati erano saliti a 75.
Già nel 1896 Caioli aveva incaricato l’ingegner Filippo Allegri di predisporre il progetto per un vero e proprio manicomio, pensando ad un istituto convenzionato non solo con la provincia di Pisa ma anche con quelle limitrofe.
Tra il 1896 e il 1897 fece costruire un padiglione capace di oltre 200 posti letto: si tratta del «Krafft-Ebing», successivamente denominato «Scabia».
La nuova struttura permise l’aumento della popolazione dell’Asilo Dementi: dai 130 del 1898 ai 282 del 1900. Ma l’anno seguente le presenze diminuirono a 156 a causa del mancato accordo con l’Amministrazione pisana che riteneva inopportuno costruire il manicomio lontano dal capoluogo e dalla sede dell’Università. L’opposizione pisana fu dettata inoltre anche dalla volontà di far nascere un manicomio nella Certosa di Calci, certamente più vicina al capoluogo. Ciò indusse l’allora direttore dell’Asilo Dementi, A. Giannelli, psichiatra romano, a rinunciare all’incarico.

La direzione di Luigi Scabia Nell’aprile del 1900 la Congregazione di carità decise di affidare l’incarico di psichiatra presso l’Asilo dementi, per internato, a Luigi Scabia, che inoltre fu nominato per concorso, sempre nello stesso mese, Direttore dell’Asilo Dementi di Volterra. Scabia cercò subito di stipulare nuove convenzioni ed avviò trattative con la provincia di Porto Maurizio (oggi Imperia) per trasferire i malati di questa provincia dal manicomio di Como dove erano custoditi a quello di Volterra; l’accordo, grazie alle favorevoli condizioni economiche offerte dall’amministrazione, andò in porto e nel 1902 i malati furono trasferiti da Como a Volterra con un treno speciale.
Scabia strinse contatti con molte Amministrazioni provinciali per ottenere la custodia di ammalati provenienti dalle varie parti d’Italia e questo permise l’ampliamento del complesso ospedaliero. Dal 1902 al 1910 circa il 22% delle ammissioni proveniva da Porto Maurizio. Nel 1931 i malati provenivano dalle province di Pisa, Livorno, La Spezia, Savona, Imperia e dalle province di Viterbo, Nuoro, Rieti e in parte anche dalla provincia di Roma. Le presenze medie giornaliere passarono dalle 150 del 1900 alle 750 del 1910, per arrivare alle 2621 nel 1930 e al loro massimo di 4794 nel 1939.
L’aumento dei ricoverati rese necessaria la costruzione di nuovi padiglioni per accoglierli.
I terreni su cui dovevano essere costruiti i padiglioni dovevano rispondere alle esigenze di illuminazione ed aerazione che prevedevano le terapie sostenute da Scabia. La dislocazione degli edifici era dovuta alla necessità di evitare la simmetria, per far apparire tutto come un villaggio; questa soluzione comportò la costruzione anche di strade interne, necessarie per collegare i padiglioni fra loro. Queste strade sono tuttora in uso sebbene non fossero progettate per essere percorse dalle auto. Tra il 1902 e il 1909 Scabia incaricò l’ingegnere Filippo Allegri di redigere un piano di sviluppo edilizio. I padiglioni venivano battezzati con i nomi dei più celebri studiosi e alienisti del tempo e tutt’oggi sono conosciuti con questi nomi:

  • vennero costruiti padiglioni moderni e funzionali (ad esempio Verga, oggi sede del poliambulatorio dell’ospedale civile);
  • vennero ricostruiti alcuni edifici, tra cui la villa Falconcini trasformandola in padiglione Kraepelin;
  • venne ampliato il padiglione Krafft-Ebing, costruito nel 1896, successivamente intitolato a Luigi Scabia;
  • dal 1926 al 1935 vennero portati a termine i padiglioni Charcot e Ferri.

Inoltre il Manicomio era dotato di un proprio acquedotto. Nel 1901 venne installato un impianto di illuminazione a gas di benzina, con generatore di gas interno all’istituto, sostituito nel 1910 dall’energia elettrica; si avevano infine fognature, arredi urbani, rotonde, giardinetti.[2]I risultati ottenuti nei primi dieci anni di lavoro furono descritti dallo stesso Scabia nella pubblicazione Il frenocomio di San Girolamo in Volterra del 1910, la cui prefazione, stesa dall’allora presidente della Congregazione di Carità Avv. Giulio Bianchi, testimonia dello spirito di collaborazione esistente tra la direzione amministrativa e quella sanitaria, premessa indispensabile per lo sviluppo dell’istituto.
Nel maggio 1934, in seguito alla modifica dello statuto interno dell’istituto per abbassare l’età di pensionamento da settanta a sessant’anni, Scabia venne messo d’autorità in pensione e sfrattato dalla villa di S. Lazzero, da sempre residenza del direttore dell’Ospedale Psichiatrico. Dopo pochi mesi, il 20 ottobre 1934 Scabia morì in seguito ad una crisi cardiaca all’interno di una camera dell’albergo Etruria nel centro di Volterra. Scabia volle essere sepolto nel settore del cimitero nel quale si seppellivano i poveri dementi non reclamati dalle famiglie.[3]

L’ergoterapia e il no-restrainct

Scabia contribuì in modo originale alle pratiche di ergoterapia e no-restrainct. L’ergoterapia, ossia terapia del lavoro, prevedeva lo svolgimento di un’attività pratica da parte del malato in vista della guarigione o per lo meno di una stabilizzazione della malattia. La terapia del no-restrainct prevedeva la limitazione (non l’abolizione) dei mezzi di contenzione fisica del malato.

Scabia voleva sviluppare il concetto di villaggio autonomo, dove l’ammalato non doveva sentirsi rinchiuso fra quattro mura, ma come in famiglia, libero di girare nei pressi dell’ospedale e nella campagna circostante.
Per fare ciò Scabia fece costruire all’interno dell’ospedale una falegnameria, un panificio, una lavanderia, un’officina elettrica, una calzoleria, botteghe di stagni e fabbri, vetrai, addirittura una fornace per la fabbricazione dei mattoni da utilizzare nei padiglioni da costruire.
Vi erano inoltre due colonie agricole gestite da due famiglie di coloni nelle quali lavoravano i malati e che provvedevano a rifornire, anche se non per l’intero fabbisogno, i magazzini dell’Ospedale Psichiatrico; allo stesso scopo servivano gli allevamenti di oche e conigli del manicomio.
Nel 1933 venne addirittura istituita una moneta ad uso esclusivo dei ricoverati lavoratori per gli acquisti presso l’Ospedale psichiatrico; 70.988 esemplari incisi da Marinelli furono coniati dalla Casa di B.Cellini in Firenze.
Per un certo periodo funzionò anche un autonomo ufficio postale.
Gli ammalati venivano impiegati nei lavori edili, nei lavori agricoli, nelle officine, nella lavanderia, nella cucina, negli scavi in terreno archeologico.
Secondo Scabia, anche la ricreazione aveva una funzione importante: egli organizzava quindi quello che alcuni giornalisti italiani e stranieri chiamavano il «Carnevale dei pazzi», che consisteva in feste da ballo e recite a cui prendevano parte malati, infermieri e personale sanitario, così che il malato potesse scaricare in attività estroverse le sue anomalie psichiche.
L’ergoterapia aveva alimentato un’attività di notevole consistenza sul piano economico e produttivo. Questo però non era privo di ambiguità: rischiava di tradursi in uno sfruttamento sistematico della forza-lavoro fornita dai ricoverati. Non a caso una delle critiche spesso rivolte a Scabia era la spregiudicatezza e una sorta di imprenditorialità dell’assistenza psichiatrica.

È lo stesso Scabia, in uno scritto del 1933 [4], a descriverci le linee-guida della terapia del lavoro e i suoi risultati.
Per Scabia «…se il lavoro è elevazione morale, questa è tanto maggiore quando il malato può venire incontro alla società che lo salvaguarda e lo cura». Scabia spiega l’obiettivo dell’ergoterapia: il raggiungimento della dignità di un uomo da parte del malato, raggiungimento possibile solo con l’elevazione morale data dal lavoro. Sempre Scabia dice: «…solo per l’applicazione costante di un così vasto metodo di utilizzazione del malato di mente, in ogni ramo del lavoro, ha potuto sorgere l’istituto che dirigo». Infatti grazie al lavoro dei ricoverati si poté applicare una politica di alleanze basata sul mantenimento di una retta giornaliera inferiore a quella degli altri istituti del tempo: in un certo senso i malati si autofinanziavano.

L’obiettivo inoltre era quello di preparare il malato al reinserimento, quando possibile, nella società. Questo portò allo sviluppo del cosiddetto manicomio aperto, teorizzato dalla dottrina dell’open door, inteso come sistema dove il malato non era costretto all’interno con la forza. Infatti, il manicomio di Volterra non ha mai avuto una recinzione per segnare il distacco tra “l’interno” e “l’esterno”: il cancello di entrata era spesso aperto, le strade comunali e provinciali attraversavano l’istituto e non mancavano i contatti tra i malati e il mondo esterno. Si concedeva ai malati di andare al cinema in città, di andare al caffè, di fare piccole compere nei negozi esterni all’Ospedale; inoltre vi erano malati-maestri che andavano nei poderi limitrofi all’istituto per insegnare a leggere e a scrivere ai figli dei contadini. Alcuni malati erano impiegati negli uffici tecnici del manicomio o nella contabilità. In pratica ai malati venivano assegnate mansioni in base alle loro capacità. L’ergoterapia quindi non prevedeva solo lavori di fatica nei campi e nei cantieri, ma anche lavori intellettuali. Scabia inoltre spiega che la prevalenza del lavoro nei campi è dovuta al fatto che la maggior parte dei ricoverati provenivano dal mondo contadino.

È proprio per lo svolgimento di questo particolare tipo di terapia che, per la costruzione dei padiglioni dell’Ospedale, si scelse un luogo appena fuori le mura cittadine, a circa un chilometro dal centro. Scabia afferma che questo tipo di terapia non poteva svolgersi in città, in quanto si sarebbe rimarcata la diversità del malato con un conseguente annullamento dell’efficacia della terapia.

Inoltre, sempre nello stesso scritto del 1933, Scabia risponde alle critiche che lo accusano di imprenditorialità affermando che l’organizzazione del lavoro ha uno scopo strettamente medico e solo il medico psichiatra è capace di organizzare il lavoro e di deciderne gli orari.
Il lavoro produttivo dei malati era retribuito e i malati disponevano di un proprio conto corrente che potevano utilizzare due volte a settimana per il prelievo, per spendere i soldi guadagnati nei negozi cittadini.

Gli anni successivi alla morte di ScabiaI successori di Scabia si attennero alle sue indicazioni. Seguirono gli anni difficili della guerra e il crollo del numero dei ricoverati: dai 4794 del 1939 si scese nel 1946 a circa 2000[5]. Nell’immediato dopoguerra si susseguirono Amministrazioni straordinarie caratterizzate da problemi di gestione; infine nel 1948 fu nominato un commissario prefettizio, l’avvocato Pintor Mameli, che, nell’ambito e nell’organizzazione dell’Ospedale Psichiatrico, propose la creazione di una sezione destinata alla rieducazione dei minorenni con indirizzo medico-psicopedagogico. A tale scopo vennero utilizzati i padiglioni Bianchi e Chiarugi, gli ultimi costruiti (il primo nel 1936 e il secondo nel 1937).
L’iniziativa permise di ospitare cinquecento minori. La direzione venne affidata ad un funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia; il resto del personale venne trasferito dall’Ospedale Psichiatrico per evitare i licenziamenti in un periodo di emergenza sociale come il dopoguerra.

La partecipazione agli scavi del teatro romano (1950-1953)

In Vallebona (zona a nord della città di Volterra), a seguito di lavori di sterro fatti nel 1941 per allargare l’area del campo sportivo, erano tornati alla luce alcuni ruderi di età romana.
La Sovrintendenza alle Antichità d’Etruria non aveva allora fondi a disposizione per campagne di scavi e il Comune non poteva impegnarsi in attività archeologiche. Ricorrere all’opera dei ricoverati dell’Ospedale Psichiatrico sembrava la soluzione al problema.
Nel 1926 una squadra di ricoverati aveva già partecipato agli scavi sul piano di Castello ottenendo risultati positivi.
Nel 1950 il Professor Umberto Sarteschi, allora direttore dell’Istituto, si impegnò a mettere a disposizione un certo numero di ricoverati per avviare gli scavi di Vallebona.
Il presidente dell’Amministrazione ospedaliera, Giulio Topi, fu addirittura affascinato dall’idea e fece il possibile per agevolarne la riuscita. Il Museo Guarnacci riuscì a provvedere all’assicurazione dei lavoratori e a corrispondere loro un modestissimo compenso. Il sindaco Mario Giustarini approvò l’iniziativa.

Lunedì 10 luglio 1950 gli scavi ebbero inizio con una squadra di sei ricoverati e due assistenti-infermieri che si alternavano sul lavoro. I primi scavi furono deludenti ma successivamente l’esplorazione archeologica cominciò a dare i suoi frutti. Il direttore dell’Ospedale concesse un’altra squadra di sei ricoverati.
Da luglio a novembre si era scavato nel settore di ponente mettendo in luce la galleria o «parodos» che lega la gradinata del teatro (ormai era stato accertato trattarsi di un teatro) al vestibolo che fiancheggia la scena.
Il 18 novembre 1950 visitarono gli scavi Antonio Minto, sovrintendente alle Antichità d’Etruria e l’ispettore Guglielmo Maetzke per valutare i risultati archeologici finora ottenuti. Entrambi rimasero colpiti dall’ampiezza dei reperti monumentali e dettero quindi il loro pieno consenso alla prosecuzione degli scavi.

Il teatro di Vallebona costituisce una delle opere superstiti più importanti della romanità nell’Etruria. L’economia della città di Volterra ne ha avuto un grande vantaggio in quanto il rudere viene ancora oggi utilizzato per le rappresentazioni teatrali. L’ampiezza dello scavo e la necessità di consistenti restauri e consolidamenti determinò il massiccio intervento della Sovrintendenza alle Antichità e l’impiego di mezzi meccanici messi a disposizione dalla Società Larderello.

Dal 1955 gli operai civili sostituirono i ricoverati, ma senza gli scavi degli anni 1950-1953 da parte dei ricoverati dell’Ospedale psichiatrico Vallebona sarebbe rimasto un campo di gioco.[6]

Lo sviluppo in negativo fino al 1963

All’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra fino al 1963 veniva applicata senza riserve la legge n. 36 del 14 febbraio 1904, strutturando così un rigido custodialismo all’interno dell’Ospedale. Questo accadeva anche sotto la direzione di Scabia, nonostante le pratiche del “no-restrainct” e dell'”ergoterapia”. Si rafforzarono sempre più il regime poliziesco e il verticismo organizzativo: “la struttura sanitaria e assistenziale era di tipo gerarchico, piramidale” dove “ognuno era responsabile delle proprie azioni solo nei confronti delle persone da cui dipendeva direttamente”[7]. Era il primario che distribuiva gli ordini a tutto lo staff: gli infermieri eseguivano gli ordini e i pazienti li subivano. Non c’era nessun tipo di rapporto tra lo staff tecnico e i pazienti che venivano strumentalizzati.
Il clima era carcerario: gli infermieri venivano chiamati “guardie” o “superiori” (avevano il ruolo di custodia e di sorveglianza), le finestre dei reparti erano protette da sbarre che di notte venivano chiuse a chiave.

Verso il rovesciamento istituzionale dal 1963

Dal 1963 si iniziarono i passi verso una trasformazione sociale. Si svilupparono le prime idee di riforma e le prime pratiche alternative anti-istituzionali per arrestare il rigido regime che si era instaurato.
Queste idee, nonostante inizialmente fossero seguite solo da pochi operatori, rappresentarono l’inizio del cambiamento. Si iniziarono a diffondere le idee di deistituzionalizzazione, dell’aumento della libertà dei ricoverati e della riconquista dei loro diritti.

L’Ospedale Psichiatrico si intrecciava con i problemi dell’occupazione e dell’economia volterrana, era quindi necessario iniziare il rovesciamento istituzionale in modo graduale, da creare meno disagi possibili.
Era indispensabile un dialogo con la città, per confrontare il nuovo concetto di psichiatria con la realtà che avrebbe dovuto contribuire a trasformare e superare i dubbi da parte di coloro che ancora si rifacevano alla visione tradizionale della psichiatria, del malato mentale e degli Ospedali Psichiatrici.

In occasione dell’insediamento del nuovo consiglio, nel 1973 venne presentata dal Consorzio dell’Ospedale Psichiatrico una relazione in cui si gettavano le basi per una nuova gestione organizzativa e terapeutica di tipo comunitario. Le necessità erano quelle di:

  • rompere il verticismo che gravava soprattutto sul malato, quindi abolire o comunque diminuire la distanza tra malato e operatori a tutti i livelli;
  • sensibilizzare il personale;
  • stabilire delle regole di vita dei pazienti decise in modo comunitario in base alle singole situazioni.

Il primo contatto significativo con la realtà esterna avvenne con un’operazione culturale patrocinata dal comune di Volterra, chiamata “Volterra ‘73”, che prevedeva la collaborazione da parte di artisti italiani e stranieri attraverso interventi architettonici, scultorei e pittorici all’interno dell’istituzione, per rompere quella rigidità che era ancora presente al suo interno. L’operazione avrebbe occupato una struttura che sarebbe diventata un laboratorio artistico, un punto di aggregazione culturale. Ma il manicomio non accettava ancora il cambiamento, tanto che si produsse una rottura con gli organizzatori della manifestazione.

I Comitati

Alla fine del 1973 il Consiglio di amministrazione dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra, attraverso un accordo politico sottoscritto dai partiti politici della città e dal Consorzio delle due provincie di Pisa e Livorno, pose le basi per un reale processo di superamento dell’Ospedale Psichiatrico grazie alla realizzazione di una comunità terapeutica.
Il progetto iniziò dal 1975, anno in cui venne deciso di creare dei Comitati di gestione per combattere il centralismo istituzionale.
Nonostante le contrapposizioni riscontrate da parte di Primari e medici dell’Ospedale che volevano mantenere inalterato il loro livello di potere, i Comitati di gestione cominciarono comunque a svolgere le loro funzioni. I Comitati erano cinque e ognuno aveva compiti e finalità diverse:

  • “Comitato per la gestione del lavoro” per la riorganizzazione dell’ergoterapia, per dare maggiore dignità ai lavoratori e ai ricoverati;
  • “Comitato per la gestione della scuola professionale” per riqualificare il personale;
  • “Comitato di gestione tecnico-economale” per umanizzare i reparti di degenza e per rendere più funzionali i servizi ospedalieri psichiatrici;
  • “Comitato di gestione delle attività socio-culturali” per rompere il cerchio che stringeva i ricoverati e i loro controllori attraverso l’apertura al sociale;
  • “Comitato per la gestione del territorio”: per stabilire un dialogo e un approccio positivo con il territorio di provenienza dei ricoverati per un eventuale progetto di reinserimento. Una prima fase per il raggiungimento dell’obiettivo fu quello della “zonizzazione”.

Il “Comitato di gestione delle attività socio-culturali” favorì i primi passi verso l’esterno. Le scuole e gli istituti superiori della zona ebbero in questo un ruolo decisivo. Il movimento studentesco permise un rapporto più continuativo con l’Ospedale. Inoltre un tentativo di cambiamento fu provato dal “Centro di sperimentazione di Pontedera”, composto da teatranti e studenti, che decise di vivere per un periodo all’interno dell’Ospedale Psichiatrico con l’obiettivo di impostare un ritmo di vita al di fuori delle regole istituzionali coinvolgendo in questo i degenti ma anche gli operatori, i medici e i tecnici che avrebbero dovuto impostare anch’essi, dopo l’esperimento, questo ritmo. Ma il tentativo fallì: si irrigidirono i medici e gli operatori ancora fedeli al vecchio modello istituzionale che accusavano il Comitato di una mancanza di terapeuticità. Allo stesso tempo però, aumentavano gli operatori e i degenti coinvolti nelle nuove attività. Si creò una vera e propria lotta interna. Quando l’obiettivo del Comitato di rompere l’isolamento dell’Ospedale Psichiatrico fu chiaro alle forze di opposizione, il Comitato venne smantellato.

La “zonizzazione”

La zonizzazione prevedeva la sistemazione in diverse divisioni psichiatriche di assistiti che provenivano da una stessa area territoriale per poter ottenere un reale reinserimento del malato nel territorio di origine.
Ogni divisione doveva avere una propria organizzazione interna per affrontare i problemi dalla prima fase di osservazione a quella di deospedalizzazione. Lo scopo era anche quello di cercare di impostare un programma di prevenzione della malattia mentale. In un secondo momento vennero create delle divisioni corrispondenti a quelle già presenti all’interno dell’Ospedale: gli operatori e i medici che aderivano alle teorie riformatrici intervenivano in un territorio ben delimitato e impostavano i rapporti con i pazienti sulla continuità terapeutica in quanto il malato era assistito dagli stessi operatori in Ospedale, nel suo eventuale reinserimento nel territorio e durante gli eventuali successivi ricoveri.

La legge n. 180 del 1978 nell’Ospedale

La legge n. 180 rappresenta per l’Ospedale Psichiatrico di Volterra un riconoscimento delle pratiche alternative sperimentate negli anni precedenti. Per la sua attuazione era necessario:

  • umanizzare i rapporti, i trattamenti e i reparti;
  • decentrare l’assistenza psichiatrica;
  • elaborare gli strumenti operativi per tutelare e portare avanti una diversa promozione della salute e una diversa visione della malattia.

Inizialmente ci furono dei problemi da affrontare: il malato, dopo aver trascorso lunghi anni di internamento in Ospedale Psichiatrico non era più in grado di vivere in società. Tanto più era durato il periodo di permanenza di un individuo all’interno dell’istituzione, tanto più era difficile il suo reinserimento all’interno della società. Inoltre alcuni cittadini si opponevano alla dimissione e alla presenza di ex-ricoverati nel loro stesso territorio. La nuova legge veniva quindi applicata con difficoltà e lentezza.

Gli “ospiti”

Per rendere graduale il reinserimento dei malati all’interno della società, nacquero gli “ospiti”, ex-ricoverati che alloggiavano in strutture all’interno dell’Ospedale Psichiatrico: quattro case-famiglia con camere da due o tre posti. Si trattava di una sorta di passaggio tra la totale chiusura all’interno dell’Ospedale e l’apertura alla società.

Nel 1977 all’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra erano ancora ricoverati 630 degenti che provenivano soprattutto dalle provincie di Pisa e Livorno. Di queste persone 530 vivevano ancora all’interno dell’Ospedale, mentre gli altri 100 erano ufficialmente dimessi, erano gli “ospiti”. Gli infermieri erano pochi e intervenivano solamente in caso di reale bisogno; alcuni degli “ospiti” lavoravano sia dentro che fuori dall’Ospedale. Le case-famiglia rendevano autonomi gli ex-degenti che si autogestivano per prepararsi alla risocializzazione, per rompere i vincoli di istituzionalizzazione, per riassumersi la responsabilità della propria vita, delle proprie scelte.

Non tutti gli obiettivi furono raggiunti perché nonostante la maggiore libertà e autonomia, le case-famiglia erano comunque all’interno del complesso ospedaliero e i rapporti con gli operatori presenti avevano ancora caratteristiche manicomiali.
Inoltre gli “ospiti”, sentendosi ancora parte del manicomio, non avevano la necessità di cambiare abitudini di vita. Nonostante questo, gli ex-ricoverati dimostrarono di non aver perso totalmente la capacità di autogestirsi; inoltre sempre più persone volevano provare questa esperienza. La novità non fu solamente per gli ex-degenti ma anche per gli operatori che avevano scoperto un nuovo modo di lavorare e non consideravano più il malato diverso e incapace, riconoscendo che non era più necessaria una continua protezione. Gli “ospiti” stessi infine chiedevano più integrazione con il resto della popolazione; infatti solo lavorando fuori dal manicomio avrebbero avuto l’occasione di vivere una vita reale.

Il Centro di Igiene Mentale

 

Il Centro di Igiene Mentale, fondato nel 1977, aveva un ruolo centrale nell’avviare i ricoverati verso il reinserimento nel territorio, aveva, inoltre, il compito di qualificare e formare gli operatori.
Con la nuova organizzazione il ricovero in Ospedale, cioè il Trattamento Sanitario Obbligatorio (ancora oggi esistente), diventava una soluzione temporanea, di emergenza, che veniva praticato solamente in casi particolarmente gravi.[

 

 

Nannetti ,Figlio di padre sconosciuto (indicato su tutti gli atti, come d’uso all’epoca, con la sigla NN) e di Concetta Nannetti, Oreste (nome d’invenzione che lo stesso Fernando si attribuí per dare maggiore imponenza alla sua persona ) , all’età di sette anni, fu affidato a un’opera di carità e poi, a dieci anni, fu ricoverato in una struttura per persone affette da problemi psichici. A causa di una grave forma di spondilite, fu ricoverato per lungo tempo all’ospedale Carlo Forlanini. Non si hanno notizie precise sulla sua vita fino al 1948, quando fu processato per oltraggio a pubblico ufficiale, accusa dalla quale fu prosciolto il 29 settembre dello stesso anno per vizio totale di mente. Trascorse i successivi anni nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà a Roma, prima di essere trasferito, nel 1958, nell’ospedale psichiatrico di Volterra. Nel 1959 fu trasferito nella sezione giudiziaria “Ferri” del complesso volterriano. Dal 1961 al 1967 fu invece nella sezione civile “Charcot” del manicomio, per poi tornare al “Ferri” fino al 1968. Fu affidato alternativamente alle due strutture fino alla dimissione. Nel 1973 fu assegnato all’Istituto Bianchi e, come molti altri ex-pazienti, visse a Volterra fino alla morte, avvenuta nel 1994.[2]Nannetti scrisse un gran numero di lettere e cartoline a parenti immaginari, firmandosi con le sigle “Nanof”, “Nof” o “Nof4” e definendosi, senza soluzione di continuità, astronautico ingegnere minerario, colonnello astrale, scassinatore nucleare[3] o “Nannettaicus Meccanicus – santo della cellula fotoelettrica”‘[4]. La sigla NOF venne da lui stesso risolta, di volta in volta, come “Nannetti Oreste Ferdinando” o “Nucleare Orientale Francese” o, ancora, “Nazioni Orientali Francesi”, mentre il «4» costituiva il riferimento alla matricola che aveva ricevuto all’entrata della struttura.Negli anni di degenza al Ferri, Nannetti incise una serie di graffiti sugli intonaci del complesso, utilizzando le fibbie delle cinture che facevano parte della divisa degli internati[5]. Uno, lungo 180 metri e alto in media due, correva intorno al padiglione dell’istituto. L’altro, lungo 102 metri e alto in media 20 centimetri, occupava il passamano in cemento di una scala. I due cicli erano organizzati come un sorta di racconto per immagini graffiti hanno per tema visionari racconti fantascientifici spesso incoerenti o di difficile interpretazione. Fra i testi è possibile leggere: «io sono un astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale»«il vetro le lamiere i metalli il legno le ossa dell’essere umano e animale e l’occhio e lo spirito si controllano attraverso il riflessivo fascio magnetico catotico» ed altre citazioni

Padiglione Charcot , adibito ad ospitare soltanto malati di sesso femminile

Padiglione FERRI , dove erano ospitati malati GIURIDICI , in dettaglio le “sedute per ammalati catatonici”

Dettaglio delle “sedute per ammalati catatonici”

Padiglione FERRI

Interno del padiglione CHARCOT

Interno Charcot

Interno padiglione Charcot, presenza di un ..fantasma???

Interno Charcot

Interno Charcot

Interno Charcot

Interno Charcot

Sala ricreativa , interna al Charcot , nella stessa sala i pazienti , festeggiavano le festività

Interno Charcot

   

Padiglioni :

L’ospedale psichiatrico di Volterra o Frenocomio San Girolamo ebbe origine nel 1884 come ospizio di mendicità per i poveri del comune. Cominciò la sua attività con 4 degenti e registrò nel 1942 il massimo di presenze contando 4145 pazienti e 770 dipendenti.

Negli anni ‘20 il complesso ospedaliero comprendeva 13 padiglioni destinati ai malati ed ai servizi e svariati edifici quali officina, molino, forno, etc. che servivano ad assicurarne l’autosufficienza.

Gli ultimi padiglioni furono costruiti sul Poggio alle Croci per l’assoluta mancanza di spazio edificabile. Il Poggio fu scelto per la vicinanza al frenocomio stesso, cosa che consentiva di usufruire completamente dei servizi generali di quest’ultimo.
Nel 1926 fu realizzato il padiglione Charchot come ricovero femminile. Successivamente il Ferri, per ospitare pazienti pericolosi o ritenuti tali, ed infine il Maragnano per gli ammalati di tubercolosi.

 

Viaggio nelle miniere di magnetite di Capoliveri (isola d’Elba)

Breve storia:

Di storia e di storie all’Isola d’Elba, e a Capoliveri poi, così antico e suggestivo, ce ne sono tante; tracce di grandi personaggi e vicende, che portano l’Isola nei libri di storia, oppure racconti, aneddoti lontani, accaduti in periodi importanti, che portano il carattere fiero ed orgoglioso degli elbani fra i capitoli di storie più grandi, che da qua son passate o si sono fermate per un po’, lasciando il segno nel paesaggio, nella forma delle chiese e dei palazzi e nella memoria locale, che ne ha fatto leggende, canti e feste con cui oggi gli elbani vi vogliono intrattenere per far conoscenza e per non dimenticare.

La miniera fa parte di questo grande libro, scritto da millenni, per primi dagli Etruschi e dai Romani, continuato da Pisani e Genovesi nel Medioevo, arricchito dalle mire di Cosimo de’ Medici e perfino da Napoleone, che aveva ben stimato la ricchezza di queste terre e le loro ambiziose possibilità.

Sono tante le pubblicazioni che vi potranno raccontare l’evoluzione della Miniera di Ferro di Capoliveri ma quel che qui vorremmo aiutarvi a scoprire è la storia scritta nel paesaggio capoliverese e quella nascosta nel carattere dei suoi antichi minatori che, con fatica ed orgoglio, hanno sfruttato e rispettato questa terra, le hanno dedicato la vita, passata tra le cave, le vigne ed il mare.

Quel che rimane della Miniera di Calamita, chiusa per ragioni economiche nel 1981, sono i resti degli ultimi scavi, gli impianti di estrazione e trattamento dei minerali ferrosi, progetti all’avanguardia per quei tempi, quando la nostra miniera, quella sotterranea in particolare, era la più moderna e ricca d’Europa.

Di questa modernità ed efficienza, della ricchezza di Ematite, Magnetite, Limonite e Pirite, i minerali di ferro, sono così orgogliosi i minatori quando, quasi con rancore e con un pò di malinconia, raccontano il lavoro e poi la chiusura dei cantieri.

E se da una parte restiamo stupiti e commossi di quanto trasporto mettano nel ricordare così tanta fatica, dall’altra dobbiamo capire che là, tra la polvere e la stanchezza, c’era l’orgoglio di conoscere un mestiere, di saperlo fare e di esserne parte, parte di un’eccellenza italiana, che era proprio qua, che richiedeva la forza e la tenacia dei capoliveresi.

Bisogna sentire la fierezza nella voce quando raccontano che gli stabilimenti di Piombino, Genova e Taranto lavoravano grazie al minerale elbano, che si distribuivano ghisa ed acciaio in tutta Italia ed oltre e che i nuovi impianti, nel dopoguerra, erano progettati da ingegneri tedeschi, venuti da lontano per gettare le basi di un futuro avveniristico che sembrava non dovesse mai finire, proprio come il ferro per i greci ed i romani, quando si credeva che il minerale, appena cavato, rinascesse dalle profondità della terra.

Bisogna immaginare la ventata di novità che l’ammodernamento degli scavi ha portato quaggiù dai primi anni del ‘900: ferrovie e treni a vapore, pontili, funivie, centrali elettriche, strade e mezzi arrivano in miniera molto prima che in paese, un borgo di minatori, pescatori e contadini che fino agli anni ’50 non immaginavano un futuro turistico per la loro terra ricca di ferro.

Inizio secolo, il lavoro è durissimo, solo per raggiungere il Cantiere Vallone, ci vuole più di un’ora a piedi, si parte all’alba con il tizzo acceso e si cammina per lavorare, andata e ritorno, con qualsiasi tempo e poi c’è il cottimo, che paga in base al ferro estratto, ed è un modo ingiusto e troppo incerto per una fatica del genere. I mezzi di scavo e trasporto sono ancora rudimentali, il foro da mina si fa a mano, il carico con la pala e la coffa, i carretti e i somari.

E se piove?

Se piove suona la sirena e si torna a casa a mani vuote, stanchi e delusi, perché se il tempo non migliora la paga sarà troppo bassa per sfamare la famiglia e bisognerà chiedere credito alla Cooperativa della miniera, là ti danno la farina, la carne, il burro, il latte ma poi il mese dopo trattengono tutto e alla fine nella busta ci si trova il serpo, una s tracciata in rosso che pare un serpente, il saldo dovuto che consuma uno stipendio già misero, che spesso costringe gli uomini a lavorare nei campi o ad andare a pescare dopo la miniera per garantirsi il mangiare.

Eppure questa è l’unica possibilità e tutti, compiuti quattordici anni, fanno domanda per lavorare a Capoliveri, Rio Marina e Rio Elba e poi, nei primi anni del secolo, apre lo stabilimento siderurgico di Portoferraio, l’altoforno per la ghisa e l’ acciaio per la prima volta prodotti direttamente sull’Isola che diventa famosa e moderna davvero, orgoglio d’autarchia visitata più volte da Mussolini e riprodotta sulle cartoline d’epoca che diffondevano l’immagine dell’Elba industriale. Anche il trasporto migliora e all’Innamorata, oggi spiaggia affollata, arrivano 6 km di ferrovia, con vagoncini trainati a vapore.

Cantieri e stabilimenti crescono e la forza lavoro aumenta, gli operai si riconoscono nella lotta di classe e riescono ad ottenere qualche diritto dopo i primi scioperi e le grandi occupazioni ma con la guerra la produzione cala finchè, semidistrutti dai bombardamenti alleati nel secondo conflitto mondiale, gli altiforni chiudono e gli elbani, stremati dalla guerra e dalla perdita della loro miglior risorsa, devono ricominciare.

La ripresa è forte nel dopoguerra e a Capoliveri cominciano i lavori di preparazione per la miniera sotterranea del Ginevro, la galleria di Magnetite più grande e produttiva d’Europa, fiore all’occhiello della produzione siderurgica italiana, che richiede ben vent’anni di progettazione, 7 km di strade sotterranee e 90 mt di profondità.

Qua si cava la Magnetite, il miglior minerale di ferro; la resa altissima ripaga lo sforzo dello scavo nella roccia durissima della messa a punto degli impianti così lontani dal paese. Ma non si cammina più per raggiungere la miniera, nascono strade nuove, prima si prende la bici ed infine il bus per arrivare in cantiere; il cottimo è bandito e i minatori hanno un salario, ancora misero ma regolare, il lavoro in galleria è durissimo ma la perforazione con martelli e macchine ad aria compressa ed il trasporto con locomotive a batteria migliorano un po’ le cose.

Anche i cantieri a cielo aperto aumentano e si ammodernano con nuovi pontili e nastri trasportatori, impianti di trattamento e separazione del minerale.

Negli anni ’60 i primi turisti si affacciano sull’Elba per conoscere una natura rigogliosa e incontaminata e i suoi abitanti che li accolgono sì, un po’ burberi un po’ generosi, ma continuano a cercare il lavoro in miniera fino al 1981 quando tutto chiude, non perché è finito il ferro, ma perché all’Italsider, la concessionaria, comprarlo in Sud America e in Sud Africa conviene.

Le cose cambiano alla svelta, l’Elba ormai è turistica e Capoliveri uno dei paesi più apprezzati e capaci di tenere il passo con i tempi ma i minatori, e qua bisogna fare un piccolo sforzo e comprenderli, hanno scioperato tantissimo ed hanno l’amaro in bocca: il ferro era ancora tanto e “buono”, il lavoro si sapeva fare, è stato un tradimento, un peccato chiudere.

Scioperano, bloccano l’Isola, vanno a Roma, delusi, spaventati ed arrabbiati ed ai politici che, quasi stupiti, gli ricordano che hanno una bellissima terra con un incantevole mare rispondono: “Non siamo mica vagabondi!!”

E la loro voce è giusta e commovente oggi che tutto è diverso per fortuna, che cerchiamo di raccontare la miniera, che passeggiamo lungo i suoi sentieri, tra il mare e la collina, insieme a quel che resta del loro lavoro, meravigliosamente fuso nel paesaggio, parte della stessa natura di questo posto che sembra, senza la miniera e i suoi uomini, forse non sarebbe.

 

immagini “rubate”

 

Viaggio nelle Cave di ferro A Rio Marina (isola d’Elba)

Breve storia:

La zona di Rio Marina è stata sfruttata fin dai tempi degli Etruschi per scopi minerari, a causa della forte presenza di minerale di ferro nel terreno.

A breve distanza dall’abitato, in località Il Piano, si trova l’importante necropoli rupestre di Rio Marina, una sepoltura collettiva risalente all’Eneolitico.

I primi insediamenti documentati risalgono intorno al XV secolo: in quel periodo la zona era conosciuta come «Piaggia di Rio», e costituiva il punto di accesso al mare del vicino centro abitato di Rio nell’Elba. In quei periodi infatti le incursioni dei pirati spingevano gli abitanti a costruire i paesi sulle colline: le uniche costruzioni presenti all’epoca erano la Torre di Rio Marina (essa compare come «Torre di Spiaggia» in una cartografia del 1420 attribuita a Cristoforo Buondelmonti), l’oratorio di San Rocco ed alcuni edifici di servizio.

È nel XVIII secolo, quando ormai le incursioni piratesche sono un ricordo, che il borgo comincia a svilupparsi: alcuni padroni di bastimento e marinai, liguri e corsi, si trasferiscono alla Marina di Rio ed insieme alle guardie, ai pesatori, ad alcuni pescatori e ad altri padroni e marinai scesi da Rio nell’Elba, danno origine alla prima comunità piaggese. Ai tempi dell’invasione francese del 1799 il paese conta circa 800 abitanti. È in quel periodo che comincia lo sfruttamento industriale delle miniere di ferro: vengono importate nuove tecnologie e aperte nuove cave. Nel 1841, nonostante la viva opposizione da parte della parrocchia di Rio nell’Elba, un decreto vescovile sancisce la nascita della parrocchia paesana, che troverà sede nella chiesa di Santa Barbara.

È dedicata a questa Santa poiché Rio Marina è un paese a vocazione mineraria fin dai tempi più antichi, che per questo motivo l’ha scelta come protettrice. Non fu costruita subito nel luogo dove si trova nel ventunesimo secolo, all’ingresso del paese, bensì nel suo centro, dove si trova la piazza del Municipio, nell’anno 1843. Quella struttura ebbe vita breve, in quanto sin dal 1850 si verificarono problemi di staticità che consigliarono nel 1860 di abbandonarla e demolirla. Rimase in piedi solo il campanile, fino al 1958.

Ma la popolazione reclamava una chiesa parrocchiale idonea all’incremento della popolazione, da intitolarsi a Santa Barbara, essendo il piccolo oratorio esistente di San Rocco poco capiente per una popolazione che era cresciuta in maniera esponenziale assieme allo sviluppo delle attività estrattive; ed allora la società Ilva, che aveva costruito gli archi di trasporto a mare del minerale sul passante della vecchi chiesa, sovvenzionò la costruzione della nuova struttura su proprio terreno, e che fu aperta solennemente al culto il 4 dicembre del 1934 dal vescovo di Massa e Populonia Faustino Baldini, e dal parroco Andrea Corsetti.

La costruzione e la decorazione in formelle delle porte lignee avvenne ad opera di Giuseppe («Tonietto») Carletti, già sindaco del paese per due anni dopo la fine della prima Guerra Mondiale, che in bassorilievo volle rappresentare la santa patrona, in atteggiamento altero, immersa nell’ambiente di cui era referente salvifica. Il 13 aprile 2003 è stata nuovamente inaugurata dopo un importante restauro conservativo.

Nel 1853 si insedia nel paese una piccola comunità valdese, attiva fino al giorno d’oggi.

Con la spinta delle miniere, il paese vede una forte crescita demografica, fino a raggiungere l’apice alla fine del XIX secolo, quando possedeva una delle migliori flotte della penisola ed era diretta da uomini economicamente forti e politicamente determinati. È di questo periodo la scissione a comune autonomo: per celebrare l’occasione, sulla cima della torre ottagonale, ormai inutilizzata, viene costruita una torretta con l’orologio, donando al monumento l’aspetto attuale. A cavallo del 1900, il paese vive una profonda crisi, che terminerà quando la società Elba ottiene il possesso dell’intera catena produttiva delle miniere di Rio, dall’estrazione al trasporto. Sono momenti di ricchezza per il paese, ma spesso le condizioni di lavoro in miniera sono proibitive: turni di dodici ore in un ambiente malsano, la povertà degli operai che costringeva anche gli anziani e le donne a lavorare. È in questo periodo che arrivano a Rio le nuove idee socialiste ed anarchiche: nasce nel 1904 la sede locale del Partito Socialista Italiano. Nel 1911 si apre una dura contestazione degli operai contro i dirigenti delle miniere, che si concluderà con la cocente sconfitta del proletariato e il licenziamento di molti operai. Nove anni dopo, in pieno biennio rosso, venne addirittura tentata l’occupazione e autogestione delle miniere, ma nonostante l’aiuto della giunta comunale socialista anche questo tentativo fallì. Tuttavia, con l’avvento dei tempi moderni, le miniere subirono un brusco ridimensionamento, fino alla chiusura definitiva nel 1981. Dopo la chiusura delle miniere, l’attività estrattiva ha dovuto lasciare il passo allo sviluppo turistico, trasformando così Rio Marina in una fiorente località balneare.

Strumenti di lavoro nella cava

Viaggio nella sofferenza , capitolo 3 Manicomio di Maggiano Lucca

L’immagine è stata pubblicata sul sito “iluoghidellabbandono” quale immagine di copertina della seconda giornata di visita fotografica presso l’ex manicomio di Maggiano (LU) in svolgimento il 4 Novembre 2018

L’Ospedale psichiatrico di Lucca ha origine nella seconda metà del XVIII secolo, quando il Monastero dei Canonici Lateranensi di Santa Maria di Fregionaia venne soppresso e adibito a struttura per il ricovero e la custodia dei folli, come dipendenza dello Spedale cittadino di San Luca della Misericordia.

Dal 1772 al 1775 furono realizzati i primi lavori di adattamento dell’ex complesso monastico alla nuova struttura manicomiale. Il 20 aprile 1773, con l’insediamento del personale, fu ufficialmente aperto lo Spedale de’ Pazzi di Fregionaia e il giorno seguente arrivarono i primi undici malati, provenienti dal Carcere cittadino della Torre.

Maggiano è come altri manicomi. Tanti edifici su un colle verde e tranquillo nell’entroterra lucchese, lavanderie, officine, cucine, una chiesa e molti dormitori.

I primi anni di vita dell’ospedale videro la prevalenza di sistemi di mera custodia, mentre a partire dal secondo decennio dell’Ottocento, grazie all’opera di Giovanni Buonaccorsi, fu adottata come terapia riabilitativa l’occupazione manuale dei malati. Così mentre gli uomini erano occupati prevalentemente nei lavori agricoli, le donne erano impiegate in lavori di pulizie e di riassetto.

La struttura nel corso di duecento anni ha ospitato sino a duemila malati ed è stata diretta personalmente da Mario Tobino negli anni dal 1955 al 1975, un periodo in cui sono state attivate numerose iniziative per coinvolgere i malati nella struttura sociale, aprendo il luogo di ricovero al mondo esterno.

 

Viaggio nell’abbandono…

Paese di Stiappa

Sperduto tra le creste di montagne ancora quasi selvagge, Pontito è l’estremo paese della Svizzera Pesciatina. Si tratta di un antichissimo castello che erge le sue vecchie case di pietra in una solitudine ed in un isolamento quasi totali, arroccato sulla cima di un alto colle, (mt. 749 s.l.m.) situato appunto nel lembo più settentrionale di questa zona. Il paesaggio che lo circonda non è dissimile da quello che un po’ tutta la Svizzera Pesciatina offre ai suoi visitatori, ma la sua posizione appartata e la sua lontananza dai più grossi centri abitati generano in chi vi si avvicina la sensazione di un luogo ombroso, ripiegato su se stesso, che, consapevole della sua rara bellezza, è tutto teso a resistere in una situazione di sdegnoso isolamento. Oggi una moderna strada conduce al paese, ma fino ad un’epoca abbastanza recente solo una tortuosa mulattiera costituiva il mezzo di collegamento tra esso ed il pesciatino. Chi percorre questa strada è colpito immediatamente da due cose: la completa assenza di qualsiasi costruzione al di fuori del borgo, che si staglia nettamente definito nei suoi confini in mezzo alla ininterrotta vegetazione circostante, e la sua particolare forma, così caratteristica da farne un esempio quasi unico, certamente non casuale, nel ricco panorama di paesi medioevali che la provincia di Pistoia offre. Istantanea è anche la percezione che Pontito è completamente tagliato fuori dai circuiti del grande turismo, e che la sua situazione è ben diversa da quella di tanti altri paesi che il flusso dei visitatori ha radicalmente modificati e stravolti. Qui, ai lati della strada, scorre incontaminato un paesaggio verdissimo di fitti boschi di castagni, intervallati qua e là da pochi filari di viti e qualche olivo. Si tratta di un paesaggio splendido e solitario, la cui secolare armonia non è interrotta neppure da una singola solitaria costruzione, né tanto meno turbata da alcuna presenza umana. Fra Stiappa e Pontito, infatti, non s’incontra anima viva, così come assolutamente solitario è anche l’arrivo da Lanciole, se si segue l’altro percorso possibile. Questa solitudine nei rapporti con il paesaggio circostante ci dà la misura dell’isolamento del paese, della sua decadenza dal punto di vista economico e produttivo, e del conseguente esodo dei suoi abitanti, che ormai da moltissimi anni prosegue, lentamente ma costantemente. L’isolamento del resto rende la vita difficile anche ai pochi rimasti, che si vedono privati di tutta una serie di servizi oggi considerati essenziali, e che si sentono soprattutto in uno stato di abbandono rispetto a coloro che vivono nei centri della pianura o comunque più vicino a Pescia. Però, dal punto di vista della conservazione dell’antico paese, è stato proprio questo isolamento a produrre il miracoloso risultato di far giungere fino a noi un borgo medioevale intatto fino nei minimi particolari, completamente costruito in pietra, senza una casa ridipinta, un mattone sostituito, un edificio che non abbia perlomeno qualche secolo di vita. E’ giunto così fino a noi un patrimonio ricchissimo di arredi vari (architravi, tabernacoli, pietre incise) risalente ad un arco temporale che va dai secoli più remoti fino al sette-ottocento. Pontito è inoltre un paese che non conosce il fenomeno della degradazione delle sue propaggini estreme e delle sue vicinanze, ed ancora oggi ha così poco di moderno da ispirare addirittura un senso di inquietudine e di insicurezza. Caratteristica e famosa è la sua forma urbana, ricavata in conformità alle caratteristiche della collina su cui è sorto. E’ la forma di un grande ventaglio rovesciato, la cui parte inferiore si distende allargandosi progressivamente verso le pendici del colle, mentre la superiore si restringe gradatamente, seguendo l’elevarsi del pendio, verso il luogo più eminente, dove è posta l’antica chiesa dedicata ai SS. Andrea e Lucia. Straordinaria è la regolarità della sua forma, la sua geometricità rigorosa, e la nettezza dei suoi contorni: le case si interrompono bruscamente lungo un’immaginaria linea retta che discende dall’alto della chiesa, ed appaiono perfettamente allineate ad una visione laterale. Appena superata questa linea ideale il quieto verde delle colline circostanti riprende il suo assoluto predominio, senza recare in se più alcuna traccia della presenza di un nucleo abitato a pochi passi. Altrettanto straordinario è il fatto che, di questo ventaglio, pare di poter intuire perfino le pieghe: esse sembrano, infatti, finemente disegnate dai piccoli vicoli discendenti, che si intuiscono allineati in un reticolo di intersezioni e di parallelismi accuratamente studiati, e che paiono farsi più fitti in corrispondenza delle sue estremità. In alto, invece, la chiesa con la sua massiccia torre campanaria, pare costituire l’indispensabile manico di questo ventaglio.

Paese di Lucchio

 

 

Sperduto tra le creste di montagne ancora quasi selvagge, Pontito è l’estremo paese della Svizzera Pesciatina. Si tratta di un antichissimo castello che erge le sue vecchie case di pietra in una solitudine ed in un isolamento quasi totali, arroccato sulla cima di un alto colle, (mt. 749 s.l.m.) situato appunto nel lembo più settentrionale di questa zona. Il paesaggio che lo circonda non è dissimile da quello che un po’ tutta la Svizzera Pesciatina offre ai suoi visitatori, ma la sua posizione appartata e la sua lontananza dai più grossi centri abitati generano in chi vi si avvicina la sensazione di un luogo ombroso, ripiegato su se stesso, che, consapevole della sua rara bellezza, è tutto teso a resistere in una situazione di sdegnoso isolamento. Oggi una moderna strada conduce al paese, ma fino ad un’epoca abbastanza recente solo una tortuosa mulattiera costituiva il mezzo di collegamento tra esso ed il pesciatino. Chi percorre questa strada è colpito immediatamente da due cose: la completa assenza di qualsiasi costruzione al di fuori del borgo, che si staglia nettamente definito nei suoi confini in mezzo alla ininterrotta vegetazione circostante, e la sua particolare forma, così caratteristica da farne un esempio quasi unico, certamente non casuale, nel ricco panorama di paesi medioevali che la provincia di Pistoia offre. Istantanea è anche la percezione che Pontito è completamente tagliato fuori dai circuiti del grande turismo, e che la sua situazione è ben diversa da quella di tanti altri paesi che il flusso dei visitatori ha radicalmente modificati e stravolti. Qui, ai lati della strada, scorre incontaminato un paesaggio verdissimo di fitti boschi di castagni, intervallati qua e là da pochi filari di viti e qualche olivo. Si tratta di un paesaggio splendido e solitario, la cui secolare armonia non è interrotta neppure da una singola solitaria costruzione, né tanto meno turbata da alcuna presenza umana. Fra Stiappa e Pontito, infatti, non s’incontra anima viva, così come assolutamente solitario è anche l’arrivo da Lanciole, se si segue l’altro percorso possibile. Questa solitudine nei rapporti con il paesaggio circostante ci dà la misura dell’isolamento del paese, della sua decadenza dal punto di vista economico e produttivo, e del conseguente esodo dei suoi abitanti, che ormai da moltissimi anni prosegue, lentamente ma costantemente. L’isolamento del resto rende la vita difficile anche ai pochi rimasti, che si vedono privati di tutta una serie di servizi oggi considerati essenziali, e che si sentono soprattutto in uno stato di abbandono rispetto a coloro che vivono nei centri della pianura o comunque più vicino a Pescia. Però, dal punto di vista della conservazione dell’antico paese, è stato proprio questo isolamento a produrre il miracoloso risultato di far giungere fino a noi un borgo medioevale intatto fino nei minimi particolari, completamente costruito in pietra, senza una casa ridipinta, un mattone sostituito, un edificio che non abbia perlomeno qualche secolo di vita. E’ giunto così fino a noi un patrimonio ricchissimo di arredi vari (architravi, tabernacoli, pietre incise) risalente ad un arco temporale che va dai secoli più remoti fino al sette-ottocento. Pontito è inoltre un paese che non conosce il fenomeno della degradazione delle sue propaggini estreme e delle sue vicinanze, ed ancora oggi ha così poco di moderno da ispirare addirittura un senso di inquietudine e di insicurezza. Caratteristica e famosa è la sua forma urbana, ricavata in conformità alle caratteristiche della collina su cui è sorto. E’ la forma di un grande ventaglio rovesciato, la cui parte inferiore si distende allargandosi progressivamente verso le pendici del colle, mentre la superiore si restringe gradatamente, seguendo l’elevarsi del pendio, verso il luogo più eminente, dove è posta l’antica chiesa dedicata ai SS. Andrea e Lucia. Straordinaria è la regolarità della sua forma, la sua geometricità rigorosa, e la nettezza dei suoi contorni: le case si interrompono bruscamente lungo un’immaginaria linea retta che discende dall’alto della chiesa, ed appaiono perfettamente allineate ad una visione laterale. Appena superata questa linea ideale il quieto verde delle colline circostanti riprende il suo assoluto predominio, senza recare in se più alcuna traccia della presenza di un nucleo abitato a pochi passi. Altrettanto straordinario è il fatto che, di questo ventaglio, pare di poter intuire perfino le pieghe: esse sembrano, infatti, finemente disegnate dai piccoli vicoli discendenti, che si intuiscono allineati in un reticolo di intersezioni e di parallelismi accuratamente studiati, e che paiono farsi più fitti in corrispondenza delle sue estremità. In alto, invece, la chiesa con la sua massiccia torre campanaria, pare costituire l’indispensabile manico di questo ventaglio.

Viaggio nella sofferenza , Ex Ospedale Psichiatrico Ville Sbertoli

Le ville Sbertoli sono un complesso di circa 25 edifici che sormontano la cittadina pistoiese.

Lo sguardo cupo e duro con il quale Villa Tanzi (la più conosciuta dell’intero complesso) si affaccia sulla città dall’alto Collegigliato è ormai conosciuto a tutti i pistoiesi.

Ma, quel che oggi sono solo dei luoghi abbandonati in balia del degrado e del vandalismo, un secolo fa rappresentavano uno dei centri di cura mentale più famosi in tutta Europa.

Storia delle ville Sbertoli

Le ville Sbertoli nascono nel 1868. La decisione fu del dottor Agostino Sbertoli, medico operante, che decise a metà del XIX secolo di acquistare  due ville del Collegigliato. I motivi, secondo molti, sono da ritrovarsi nella malattia neuropsichiatrica di uno dei figli. Il dottor Sbertoli aveva, infatti, intenzione di dedicare l’allora piccolo complesso di ville alla cura del ragazzo e di coloro che soffrivano di disturbi simili riconoscendo al dolce pendio pistoiese un effetto ristoratore sulla mente dei malati. Il numero dei malati andava via via crescendo costringendo la famiglia Sbertoli ad edificare  nuove strutture aumentando cosi la capienza di quel che stava diventando a tutti gli effetti un manicomio.

Con l’aumentare delle dimensioni e del numero di pazienti aumentava anche la sua fama. Molte delle più facoltose famiglie italiane mandavano in cura i propri malati alla ville Sbertoli che garantiva un certo livello di riservatezza. Ne è un esempio Severino Ferrari, poeta e critico letterario, amico fraterno di Pascoli e allievo di Carducci. Si spegnerà il 24 dicembre 1905 proprio tra le mura delle ville. La fama dell’ospedale non attira solo “grandi” pazienti ma anche grandi dottori e studiosi. Ricordiamo per esempio Cesare Lombroso, padre delle moderna criminologia, che ha lavorato per la famiglia Sbertoli.

Dopo la morte del dottor Sbertoli  la gestione del manicomio passò al figlio Nino che nel 1920 la lasciò a dei privati. L’intero complesso venne poi acquistato dal comune di Pistoia a metà del XX secolo. Da questo momento il manicomio non ebbe lunga vita in quanto nel 1978 venne chiuso a causa della legge Basaglia, legge che regolamentava il trattamento sanitario obbligatorio imponendo la totale chiusura dei manicomi sul suolo italico. Dopo il 1978 le ville Sbertoli vennero adibite ad altri trattamenti sanitari anche se con il passare del tempo vennero chiuse gradualmente una ad una portando allo stato di abbandono che troviamo oggi.

Chiunque ..avrebbe voluto fuggire dai propri incubi e dalla proprie domande .. chiunque tu sia stato ti auguro di esserci riuscito

sala interna del primo piano della casa di cura Ville Sbertoli , questa immagine restituisce al meglo la sensazione di pensantezza delle domande che mi sono fatto una volta all’interno

Corridoi infiniti ed infinitamente senza vita, labirinti di una o più menti senza pace

Contenitore senza contenuto , dati di un essere umano devastati dal tempo e prima ancora dall’essere stato alienato.

Segni di vita…

dimenticati… di tutto, tutti dimenticati di coloro….