Rocchetta Mattei

Rocchetta Mattei , brevi cenni storici:

La Rocchetta fu la dimora del conteCesare Mattei, letterato, politico e medico autodidatta fondatore dell’elettromeopatia, pratica fondata sull’omeopatia. Il 5 novembre 1850 viene posta la prima pietra della Rocchetta e già nel 1859 è considerata abitabile, tanto che Cesare Mattei non se ne allontana più. All’interno della Rocchetta il conte conduce una vita da castellano medievale e arriva addirittura a crearsi una corte, con tanto di buffone[2]. Il castello ospitava illustri personaggi che arrivavano da ogni dove per sottoporsi alle cure di Mattei, sembra che, addirittura, ospiti della Rocchetta siano stati Ludovico III di Baviera e lo zar Alessandro II. Nel 1925 è visitata in forma ufficiale dal Principe di Piemonte. Persino Dostoevskji cita il Conte ne I fratelli Karamàzov, quando fa raccontare al diavolo di essere riuscito a guarire da terribili reumatismi grazie a un libro e a delle gocce del Conte Mattei[3].

Dopo la seconda guerra mondiale

Durante la guerra le truppe tedesche danneggiano gli interni dell’edificio[4], tanto che, a conflitto ultimato, l’ultima erede, Iris Boriani, non riuscendo a vendere la Rocchetta, la offre gratuitamente al Comune di Bologna, che però non accetta la donazione.

Nel 1959 la Rocchetta viene acquistata da Primo Stefanelli che trasforma una delle costruzioni minori, già adibita a padiglione da caccia, in accogliente albergo con annesso ristorante, dal quale accedere all’adiacente ombroso parco, vera oasi di quiete e serenità. Stefanelli si pone l’obiettivo di riparare i danni per riportare il castello nelle originarie condizioni, per farne una meta turistica di notevole interesse.

Il cortile dei Leoni

Nel 1989, Stefanelli muore e la situazione precipita: per problemi vari la Rocchetta fu definitivamente chiusa al pubblico.

Nel 1997 nasce un comitato per la tutela del castello che, nel totale abbandono dei proprietari e delle istituzioni governative, sembrava destinato alla rovina. Vengono promosse molte iniziative al riguardo, una catena umana attorno alla Rocchetta, conferenze e dibattiti, che riscuotono molto successo.

Nel 2000 viene istituito un museo sul Conte Cesare Mattei, la Rocchetta Mattei e l’Elettromeopatia in Via Nazionale 117 a Riola di Vergato, sede del Comitato “Archivio Museo Cesare Mattei”, il quale continua tutt’oggi nella raccolta di reperti storici inerenti alla vita del Conte Cesare Mattei.

Nel 2006 la Fondazione della Cassa di Risparmio in Bologna ha ufficialmente annunciato l’acquisizione della Rocchetta Mattei, sottoposta a lavori di restauro, terminati con la riapertura al pubblico del 9 agosto 2015.[5]

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La Rocchetta fotografata da Paolo Monti nel 1956

Durante la guerra le truppe tedesche danneggiano gli interni dell’edificio[4], tanto che, a conflitto ultimato, l’ultima erede, Iris Boriani, non riuscendo a vendere la Rocchetta, la offre gratuitamente al Comune di Bologna, che però non accetta la donazione.

Nel 1959 la Rocchetta viene acquistata da Primo Stefanelli che trasforma una delle costruzioni minori, già adibita a padiglione da caccia, in accogliente albergo con annesso ristorante, dal quale accedere all’adiacente ombroso parco, vera oasi di quiete e serenità. Stefanelli si pone l’obiettivo di riparare i danni per riportare il castello nelle originarie condizioni, per farne una meta turistica di notevole interesse.

Nel 1989, Stefanelli muore e la situazione precipita: per problemi vari la Rocchetta fu definitivamente chiusa al pubblico.

Nel 1997 nasce un comitato per la tutela del castello che, nel totale abbandono dei proprietari e delle istituzioni governative, sembrava destinato alla rovina. Vengono promosse molte iniziative al riguardo, una catena umana attorno alla Rocchetta, conferenze e dibattiti, che riscuotono molto successo.

Nel 2000 viene istituito un museo sul Conte Cesare Mattei, la Rocchetta Mattei e l’Elettromeopatia in Via Nazionale 117 a Riola di Vergato, sede del Comitato “Archivio Museo Cesare Mattei”, il quale continua tutt’oggi nella raccolta di reperti storici inerenti alla vita del Conte Cesare Mattei.

Nel 2006 la Fondazione della Cassa di Risparmio in Bologna ha ufficialmente annunciato l’acquisizione della Rocchetta Mattei, sottoposta a lavori di restauro, terminati con la riapertura al pubblico del 9 agosto 2015.[5]

Testimonianze d’arte nella mia città

C

 

 

Chiesa di San Biagio

Fu eretta nel 1063 da un certo Guitterado (personaggio di origine germanica, Witterad) e sua moglie Imilia a ridosso del alto settentrionale della prima cerchia di mura. Nel 1340 l’edificio venne devastato da un incendio e rese necessario il rifacimento in mattoni della parte superiore, ancora oggi ben visibile sulla facciata. L’esterno è provvisto di due entrate, una frontale e una laterale: la prima ha un portale in tipico stile romanico pistoiese, con un arco rialzato dalla ghiera in marmi bicromi e decorato da motivi vegetali scolpiti. Nel XV secolo prese la dedica di san Biagio o, popolarmente, di “san Biagino”, a causa di una reliquia del santo ospitata nell’edificio. Nel Seicento fu sotto il patronato della nobile famiglia pistoiese dei conti Manni. Tra le tele di cui la chiesa era dotata spiccavano l’Assunzione di Maria di Giuseppe Nasini (XVII secolo), la Santa Lucia di Giovan Battista Gigli (XIX secolo) e la Vergine Annunziata di ignoto (XVII secolo), commissionate dalla famiglia Manni, e in deposito per motivi di sicurezza all’interno della chiesa dello Spirito Santo. All’interno conserva cicli di affreschi seicenteschi in parte ricoperti da strati di pitture posteriori e presenta ai lati degli altari gli stemmi scolpiti in pietra della nobile famiglia dei conti Manni che ne aveva il diritto di giuspatronato. Vi sono inoltre due sepolcreti in pietra seicenteschi fatti costruire dall’allora rettore, padre Matteo Manni. Pregevoli sono anche le decorazioni pittoriche attorno ai portali situati simmetricamente all’interno della chiesa. Fu soppressa come parrocchia nel 1784, anche se per ostinazione del parroco continuò ad essere officiata fino al 1802. Attualmente è sempre di proprietà della Curia, ma inutilizzata.

San Giovanni Fuor Civitas

 

 

L’edificio si presenta regolarmente orientato, col lato settentrionale, parallelo alle scomparse mura, in grande evidenza mentre il lato meridionale dà sul chiostro, e facciata e lato absidale sono malamente visibili, a causa degli edifici che quasi toccano la fabbrica. Il fianco nord, di conseguenza, è stato sempre considerato la vera facciata ed infatti reca al centro il ricco portale con l’architrave scolpita e firmata dal maestro Gruamonte che vi raffigurò l’Ultima Cena (datato 1166). L’opera mostra Gesù a tavola con undici apostoli, mentre Giuda è raffigurato in basso davanti a lui, a sottolineare la sua estraneità alla santità del gruppo. Le figure sono fisse e schematicamente ripetute, con le pieghe ritmiche della tovaglia che creano ampie onde davanti a ciascun personaggio, sembrando quasi un prolungamento delle toghe.

La fiancata presenta un’ornamentazione caratteristica del romanico a Pistoia, che imita il paramento murario tipico del romanico pisano, a file di arcatelle su lesene o colonnette con finestrelle e losanghe che si inscrivono negli archi, ma realizzata impiegando una decorazione dicroma bianca e verde (marmo e serpentino di Prato) che diventa così fitta da sovrastare otticamente il pur complesso partito architettonico. La chiesa così ricostruita, a navata unica con abside ad est, fu sottoposta al Proposto di Santo Stefano di Prato, sotto il cui patronato rimase circa un secolo. Alla fine di questo periodo la chiesa fu ampliata, distruggendo l’abside, prolungando il fianco nord e inglobando il lato nord del chiostro. Assunse così la pianta ad aula monoabsidata rettangolare che conserva a tutt’oggi.

Ciò che resta del chiostro del secolo XII rappresenta l’unico esempio a Pistoia di costruzione romanica con paramento misto di pietre e laterizio: sono in pietra le colonnine, adorne di capitelli con teste di leoni e di buoi, in mattoni gli archi e i muri piani. Nel XIV secolo il chiostro fu sopraelevato con una loggia.

Arte nella mia città

Battistero di San Giovanni in corte

Il nome deriva dall’antica chiesa di Santa Maria in Corte, di epoca longobarda, alla quale ha preso il posto. La sua ricostruzione nelle forme odierne a base ottagonale fu cominciata a partire dal 1301. Un apporto progettuale di Nicola Pisano risulta del tutto ipotetico mentre è ricca la testimonianza sui lavori di cantiere svolti fino al 1361.

È considerato tra le massime espressioni del gotico toscano, in quanto riunisce in sé elementi fiorentini, pisani e senesi.

L’esterno è interamente rivestito di marmo bianco e verde. Ormai acclarata la posizione secondaria attribuita per anni dalla storiografia locale a Cellino di Nese. Presenta tre portali finemente decorati con bassorilievi e capitelli scolpiti nel marmo. A differenza del Duomo senese e di quello orvietano, il portale principale è strutturalmente insolito, in quanto sormontato da un timpano triangolare intero con un rosone traforato al centro. La piramide che costituisce la cupola è preceduta da un piano loggiato cieco e da un deambulatorio circondato da una balaustra in colonnelli tortili, mentre i pilastri angolari terminano con ricchi pinnacoli. La lanterna posta sulla sommità della cupola riprende la planimetria ottagonale del Battistero. L’imponente monumento raggiunge un’altezza di circa 40 metri.

Per quanto riguarda l’apparato ornamentale interno, si evidenziano le formelle in cotto della vasca battesimale che spiccano a confronto con la semplicità dell’ambiente.

Il restauro del 1975 ha messo in luce nel fonte battesimale la data del 1226 e il nome dello scultore, Lanfranco da Como.

Già nel Medioevo, di fronte al battistero, nel giorno di sabato si teneva un mercato settimanale.

Dettaglio del Fonte battesimale

Dettaglio laterale Fonte Battesimale

Particolare

Statua di san Giovanni , interno Battistero Pistoia

Statua di san Giovanni , interno Battistero Pistoia, lato opposto

Scorcio vista della cupola del battistero e dei tetti della città

Vista della campane del Campanile del duomo

Accesso al campanile del duomo

 

Fregio Robbiano Ospedale del Ceppo

La storia del Fregio

L’Ospedale sorse nel 1277 nel luogo in cui due coniugi, Antimo e Bendinella, trovarono, dietro indicazione della Madonna che era loro apparsa, un ceppo fiorito in pieno inverno (da cui il nome dell’Ospedale): lì essi fondarono un luogo non soltanto di cura delle malattie, ma anche di accoglienza.

L’Ospedale seguì solo in parte le sorti della città e se nel ‘400 Pistoia era già da tempo sotto il controllo fiorentino, la carica di Spedalingo, ovvero l’amministratore delle risorse dell’Ospedale, veniva ancora nominata dal Comune, senza alcun tipo di intervento o pressione fiorentina nella scelta. Questo scatenava ogni volta grandi lotte fra le famiglie pistoiesi per accaparrassi il posto tanto ambito, tant’è che a inizio ‘500 Firenze inviò un proprio Spedalingo, Leonardo Buonafede, per placare le lotte intestine a Pistoia.

Il Buonafede non era una persona a caso: frate certosino, priore della Certosa del Galluzzo e Spedalingo dell’Ospedale di S. Maria Nuova, era di comprovata esperienza. Al suo arrivo a Pistoia egli decise di completare la costruzione del loggiato, che era già stata cominciata, e, una volta finito quello, di provvedere alla decorazione.

Per far questo chiamò inizialmente due artisti, Benedetto Buglioni e Giovanni della Robbia: il primo realizzò la lunetta con l’Incoronazione della Vergine sopra l’accesso alla ex-chiesa posta a sinistra della facciata dell’Ospedale, mentre il secondo realizzò i tondi sopra al loggiato.

Ma la decorazione non era finita qui e per il Fregio, nel 1526, venne chiamato Santi Buglioni a realizzare le Sette Opere di Misericordia, che illustrassero sette “buone azioni” fatte dall’Ospedale per accogliere pellegrini, malati, poveri, ecc.

Le Sette Opere di Misericordia del Fregio Robbiano

Nella prima formella, posta sul fianco sinistro, si rappresenta la prima Opera di Misericordia, ovvero Vestire gli ignudi. Al centro Leonardo Buonafede, vestito in bianco e nero, sta da un lato porgendo un panno per coprire gli ignudi e dall’altro dona dei soldi alle giovani fanciulle senza dote e alle vedove povere. Tali compiti, come quelli illustrati in tutte le formelle successive, spettavano all’Ospedale. Segue, in angolo un’arpia apotropaica, che si ritrova, pari pari, all’angolo opposto.

Vestire gli ignudi (fonte: Caterina Bellezza)

 

La seconda formella illustra Ospitare i pellegrini: lo Spedalingo lava i piedi a un pellegrino, sotto le sembianze di S. Giovanni Battista, patrono di Firenze, mentre altri pellegrini, fra cui S. Jacopo, armati di bastone, stanno giungendo da sinistra. Segue la figura della Prudenza, una delle Virtù, armata di specchio.

Ospitare i pellegrini (fonte: Caterina Bellezza)

 

Nella terza scena si rappresenta il Curare gli ammalati, uno dei compiti principali dell’Ospedale: il paziente a sinistra giace su un letto mentre un medico gli sta tastando il polso; dall’altro lato, invece, un altro paziente viene curato da un chirurgo. E’ una rappresentazione che sembra alludere alla Scuola Medica Pistoiese, vanto e gloria della città fra ‘600 e ‘800, poi confluita nella Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Firenze. La Virtù che segue è quella della Fede.

Curare gli ammalati (fonte: Caterina Bellezza)

 

Nella quarta formella, quella del Visitare i carcerati, troviamo Leonardo Buonafede a colloquio con S. Leonardo, protettore dei carcerati che vengono visitati dietro le sbarre a ai quali viene portato da mangiare da alcuni inservienti dell’Ospedale. Segue la Carità.

Visitare i carcerati (fonte: Caterina Bellezza)

 

La quinta formella illustra Seppellire i morti, unica Opera di Misericordia non citata nel passo evangelico di Matteo, che mostra un funerale e un seppellimento. Lo stesso Ospedale aveva il compito di provvedere a questo rito per le persone che vi morivano, dal momento che non lontano dal Ceppo si trovava un cimitero di competenza dell’Ospedale. La Virtù seguente è la Speranza, di verde vestita.

Seppellire i morti (fonte: Caterina Bellezza)

 

Quinta formella è quella del Dar da mangiare agli affamati, un altro dei compiti dell’Ospedale: Leonardo Buonafede invita a tavola un povero, mentre abbondante pane viene distribuito fra i poveri. Segue la Giustizia con la spada.

Dar da mangiare agli affamati (fonte: Caterina Bellezza)

 

Le vicende dell’ultima formella

Se fin qui tutto era andato bene, nel 1528 la decorazione del Fregio si interruppe per l’improvvisa partenza di Leonardo Buonafede da Pistoia in seguito alla sua elezione a Vescovo di Vieste. Partito il committente, nessuno finanziò più Santi Buglioni e la sua bottega, che lasciò il Fregio incompleto.

Soltanto sessanta anni dopo il nuovo Spedalingo, Bartolomeo Montechiari, decise di proseguire e ultimare l’opera lasciata incompleta e fu così che chiamò un artista pistoiese, Filippo Paladini, a realizzare la formella del Dar da bere agli assetati.

Il povero artista, tuttavia, non conosceva la tecnica della terracotta invetriata usata da Santi Buglioni, tant’è che provò a imitarla, ma con scarsi risultati. La sua è l’unica scena dai colori meno vivi e lucidi, quasi più tendenti al marrone, anche se l’attuale restauro ha pienamente reso leggibilità all’opera.

Dar da bere agli assetati (fonte: Caterina Bellezza)

 

Completato nel 1585 circa, il Fregio Robbiano appena magistralmente restaurato è oggi un fiore all’occhiello di Pistoia. E forse le foto proposte rendono solo in parte la bellezza dell’opera, che va vista davvero di persona.

 

Palazzo di Giano , storia

Al palazzo è attribuito comunemente il nome di palazzo di Giano in riferimento al podestà Giano della Bella. Tuttavia, nonostante le incertezze sull’esatta cronologia dell’edificio, si ritiene che la principale fase costruttiva risalga al secondo quarto del XIV secolo, mentre Giano fu podestà nel primo semestre del 1294[1]. Sotto la podesteria di Giano risultano solamente i primi acquisti di case sul terreno dove sorgerà poi il palazzo comunale[1].

Nel febbraio 1339 inizia per l’edificio, già costruito su due piani, una fase di ampliamento in linea con un ambizioso progetto finale[2] e vengono così espropriate le case contigue, appartenenti a importanti famiglie pistoiesi, tramite un particolare processo burocratico. Il Consiglio generale approva la proposta di esproprio delle abitazioni, ma sancisce anche che si debba procedere alla stima delle case così da risarcire il proprietario; tale stima dovrà essere la media aritmetica delle valutazioni date da tre commissioni differenti. Questo iter burocratico dimostrava la priorità dell’interesse pubblico rispetto a quello privato, ma anche la garanzia dei diritti del cittadino possessore del bene espropriato in quanto risarcito tramite un procedimento rapido e obiettivo[3]: in soli ventisei giorni l’intera procedura di esproprio fu conclusa[4].

meccanici ..di una volta

La prima fotocamera assolutamente meccanica è stata la Fuji modello STX-1, reflex completamente manuale , un banco di prova dal quale tutti gli  aspiranti fotografi dovrebbero  necessariamente transitare per cementare le proprie esperienze e/ o aspirazioni.

Questo passaggio , necessario , per la formazione sia teorica che pratica dell’aspirante immortalatore di immagini.

Con l’avvento dell’elettronica e pertanto delle prime reflex multi program  acquistai la reflex 35 che da sempre mi segue una Pentax Super- A

 

equipaggiata di :

obiettivo Pentax 35mm f:2

 

Obiettivo Pentax 105 f:4

aiutato dagli allora flash a torcia modello Sunpak numero guida 42, potenti , versatili .

 

 

L’amore per il 35 mm è stato a lungo osteggiato dalla passione per il medio formato , anche in considerazione del fatto che , durante i primi anni di azienda (dove è nata la passione per la cattura delle immagini) ho svolto a lungo attività fotografica industriale utilizzando una meravigliosa Mamiya 645 , con la quale mi sono forgiato ulteriormente sotto la guida esperta del mio mentore Martini Sergio ( del quale ho scritto nell’articolo Storia  di un …..)

Il sogno di possedere la REGINA del medio formato analogico si è avverata qualche tempo fà  acquistando una meravigliosa Hasselblad 503 cx corredata di obiettivi

Planar 120mm f1:5.6

Distagon 50 mm f 1:4

Con l’adozione della regina , ho iniziato con ancora maggiore vigore la realizzazione di immagini B&W medio formato , ovviamente ho aggiornato anche l’attrezzatura di CO acquistando , da un vecchio fotografo fiorentino , gli ingranditori  DURST formato 6×6 e 6×9, corredati di ottiche di focale varia ma ,sempre e comunque di elevatissima qualità ottica, Shneider , Agfa , Rodenstock .

 

 

Oggi è nata una nuova stella all’interno della mia attrezzatura analogica , è con  me:

 

 

 

 

Cerimonie

Matrimonio civile di mia sorella Sabrina , un evento nell’evento