selezione d’arte di Pistoia

Sembra che un fonte battesimale esistesse in cattedrale fin dalle sue origini – quindi fin dall’epoca longobarda, forse – ma quello arrivato fino a noi è successivo: risale infatti alla fine del Quattrocento ed è per così dire il “frutto” di una contesa che ebbe per protagonisti gli operai di San Jacopo e i canonici della cattedrale. Motivo del contendere fu a quel tempo (stiamo parlando dell’anno 1389) la posizione dello stesso fonte battesimale: gli operai di San Jacopo infatti intendevano trasferire il fonte nella chiesa di San Giovanni, mentre i canonici della cattedrale si opponevano a questa decisione, volendolo mantenere nel Duomo. Facile capire chi ebbe la meglio nel litigio; ben dopo dieci anni di discussioni infatti i canonici ebbero la meglio, e il fonte rimase dove era sempre stato. Fu in seguito alla risoluzione di questo diverbio decennale che – nel 1497 – il Consiglio del Popolo cittadino deliberò la costruzione di un nuovo fonte battesimale, completamente rinnovato. Allo scopo, il noto architetto pistoiese Ventura Vitoni venne inviato “in missione” nella vicina Firenze, con lo scopo precipuo di individuare le maestranze più meritevoli e capaci di dotare la cattedrale pistoiese di un fonte di tutto rispetto. Per tale compito venne infine designato niente meno che Benedetto da Maiano, rappresentante di spicco della scultura tardo-quattrocentesca fiorentina, che già pochi mesi dopo – dopo i sopralluoghi del caso – era operativo. Importante però ricordare che l’artista predispose solamente il disegno e il prospetto marmoreo per il fonte pistoiese, questo dovuto anche alla sua morte – che sopraggiunse quello stesso anno – lasciando il progetto in mano ai suoi collaboratori che si occuparono della fattiva realizzazione dell’opera nelle figure e nelle parti di ornato. Un ruolo di primo piano spettò ad Andrea di Piero Ferrucci (chiamato anche Andrea da Fiesole), al quale il fonte è in massima parte attribuito; egli prese fin dal primo momento le redini in mano, e fu molto efficiente si tiene conto del fatto che già nel settembre del 1498 – quindi poco più di un anno dopo – ultimò la lavorazione dei marmi, in questo aiutato anche da un altro scultore fiorentino e suo assistente, Jacopo del Mazza. Da questo momento in poi sono documentati i pagamenti allo scultore e, curiosamente, gli stessi documenti riportano anche le spese per il trasporto dei marmi a Pistoia, cosa che ci dà modo di capire che il fonte è stato montato in un secondo momento sul posto, mentre tutte le parti scolpite erano state realizzate precedentemente nella bottega dello scultore.

Il nome deriva dall’antica chiesa di Santa Maria in Corte, di epoca longobarda, alla quale ha preso il posto. La sua ricostruzione nelle forme odierne a base ottagonale fu cominciata a partire dal 1301. Un apporto progettuale di Nicola Pisano risulta del tutto ipotetico mentre è ricca la testimonianza sui lavori di cantiere svolti fino al 1361. È considerato tra le massime espressioni del gotico toscano, in quanto riunisce in sé elementi fiorentini, pisani e senesi. portale L’esterno è interamente rivestito di marmo bianco e verde. Ormai acclarata la posizione secondaria attribuita per anni dalla storiografia locale a Cellino di Nese. Presenta tre portali finemente decorati con bassorilievi e capitelli scolpiti nel marmo. A differenza del Duomo senese e di quello orvietano, il portale principale è strutturalmente insolito, in quanto sormontato da un timpano triangolare intero con un rosone traforato al centro. La piramide che costituisce la cupola è preceduta da un piano loggiato cieco e da un deambulatorio circondato da una balaustra in colonnelli tortili, mentre i pilastri angolari terminano con ricchi pinnacoli. La lanterna posta sulla sommità della cupola riprende la planimetria ottagonale del Battistero. L’imponente monumento raggiunge un’altezza di circa 40 metri
ra il 1811 e il 1814 la grande area antistante alla chiesa di San Francesco fu denominata piazza Napoleone o foro Bonaparte. Il maire di Pistoia, Francesco Tolomei, sostenne pertanto la necessità di promuovere riassetto della piazza, dando incarico all’ingegnere Antonio Gamberai e del pittore Barlomeo Valiani di approntare i primi interventi, ma i lavori furono subito interrotti. Il progetto fu rivisto da Cosimo Rossi Melocchi, che nel 1811 approntò il disegno di una grande spazio in cui confluirono le suggestioni del neoclassicismo d’ispirazione illuminista francese. Rossi Melocchi disegnò un impianto caratterizzato da una gradinata scenografica, che aveva il compito di collegare la piazza ellittica della chiesa di San Francesco col parterre superiore, regolarizzando il fondale verso le mura cittadine con un corpo di fabbrica a pianta triangolare. Quest’ultimo doveva essere costituito da un lungo basamento a bugnato, sormontato per tutta la sua lunghezza da un timpano triangolare, con un portico centrale che dava accesso all’emiciclo voltato dedicato alla memoria degli uomini illustri pistoiesi. Le massicce colonne d’ordine dorico senza basamento, il timpano senza cornice e la totale nudità delle pareti mostrano un’adesione ai temi dell’architettura rivoluzionaria di Étienne-Louis Boullée e Claude-Nicolas Ledoux, facendo del progetto del Pantheon un manifesto del classicismo illuministico in Toscana.[1] I lavori, iniziati nel 1812, vennero interrotti nel 1813, per essere portati avanti in forme ridotte e romanticheggianti, fino alla conclusione dell’opera, avvenuta nel 1827. Nel mutato scenario socio-politico del Granducato di Toscana, la struttura fu trasformata in un caffè-concerto, che raccolse un notevole successo tra i cittadini. Tuttavia, agli inizi del Novecento il locale fu chiuso e, rimasto in disuso, fu abbandonato a se stesso.