Vagabondando ..ovunque..

 

Tutto ciò che vediamo , se cogliamo l’attimo, il momento,anche per un solo istante , per una riflessione della durata di solo pochi istanti….. genera un pensiero  :

Nel caso del piccolo cimitero di campagna….

“Chissà quando è stata l’ultima volta che qualcuno ha posto l’attenzione su queste lapidi e la storie che  le stesse testimoniano ”

Anche un piccolo cimitero semi abbandonato , ha un suo passato ed una sua storia  .. da raccontare.

 

 

Dati tecnici delle stampe .

Fotocamera :Hasselblad 503 , obiettivo Zeiss Distagon

filtro giallo

pellicola Rollei RPX 100 iso ( sensibilità nominale)

rivelatore Fomadon R09 (1:20)

tempo 9 minuti . agitazione 1 minuto interamente , minuti seguenti , 3 ribaltamenti x  minuto.

Carta Ilford Warmtone – filtro numero 3 – Rivelatore Ilford Warmtone

 

 

Viaggio nella sofferenza :Manicomio di Volterra

Nascita dell’ospedale

L’ospedale psichiatrico di Volterra nasce in seguito all’istituzione di un ospizio di mendicità per i poveri del comune, riconosciuto ente morale il 5 giugno 1884.
In quel tempo la provincia di Pisa mandava circa 500 malati di mente all’ospedale di San Niccolò di Siena. Per diminuire il numero dei ricoverati la direzione dell’ospedale di San Niccolò aumentò la retta giornaliera a 1,50 lire. Il prefetto di Pisa, comm. Sensales, si adoperò per farla ridurre, ma inutilmente; si rivolse quindi agli enti locali di ricovero della provincia, offrendo la retta di una lira. Aurelio Caioli, divenuto nel 1887 presidente della Congregazione di carità di Volterra, accettò l’offerta e fece una convenzione con la provincia con conseguente trasferimento dei primi trenta malati di mente da Siena a San Girolamo (originaria sede della prima sezione dementi).[1]
Nel 1889 Caioli trasferì la sezione anziani dal convento di S. Girolamo all’attuale ospizio di Santa Chiara, perché i ricoverati nella sezione dementi aumentavano di anno in anno. Nel 1890 la Congregazione dovette affittare la villa di Papignano, nelle vicinanze del convento, per ospitarli. Nel 1897 la sezione dementi divenne ufficialmente «Asilo Dementi». In quell’anno i ricoverati erano saliti a 75.
Già nel 1896 Caioli aveva incaricato l’ingegner Filippo Allegri di predisporre il progetto per un vero e proprio manicomio, pensando ad un istituto convenzionato non solo con la provincia di Pisa ma anche con quelle limitrofe.
Tra il 1896 e il 1897 fece costruire un padiglione capace di oltre 200 posti letto: si tratta del «Krafft-Ebing», successivamente denominato «Scabia».
La nuova struttura permise l’aumento della popolazione dell’Asilo Dementi: dai 130 del 1898 ai 282 del 1900. Ma l’anno seguente le presenze diminuirono a 156 a causa del mancato accordo con l’Amministrazione pisana che riteneva inopportuno costruire il manicomio lontano dal capoluogo e dalla sede dell’Università. L’opposizione pisana fu dettata inoltre anche dalla volontà di far nascere un manicomio nella Certosa di Calci, certamente più vicina al capoluogo. Ciò indusse l’allora direttore dell’Asilo Dementi, A. Giannelli, psichiatra romano, a rinunciare all’incarico.

La direzione di Luigi Scabia Nell’aprile del 1900 la Congregazione di carità decise di affidare l’incarico di psichiatra presso l’Asilo dementi, per internato, a Luigi Scabia, che inoltre fu nominato per concorso, sempre nello stesso mese, Direttore dell’Asilo Dementi di Volterra. Scabia cercò subito di stipulare nuove convenzioni ed avviò trattative con la provincia di Porto Maurizio (oggi Imperia) per trasferire i malati di questa provincia dal manicomio di Como dove erano custoditi a quello di Volterra; l’accordo, grazie alle favorevoli condizioni economiche offerte dall’amministrazione, andò in porto e nel 1902 i malati furono trasferiti da Como a Volterra con un treno speciale.
Scabia strinse contatti con molte Amministrazioni provinciali per ottenere la custodia di ammalati provenienti dalle varie parti d’Italia e questo permise l’ampliamento del complesso ospedaliero. Dal 1902 al 1910 circa il 22% delle ammissioni proveniva da Porto Maurizio. Nel 1931 i malati provenivano dalle province di Pisa, Livorno, La Spezia, Savona, Imperia e dalle province di Viterbo, Nuoro, Rieti e in parte anche dalla provincia di Roma. Le presenze medie giornaliere passarono dalle 150 del 1900 alle 750 del 1910, per arrivare alle 2621 nel 1930 e al loro massimo di 4794 nel 1939.
L’aumento dei ricoverati rese necessaria la costruzione di nuovi padiglioni per accoglierli.
I terreni su cui dovevano essere costruiti i padiglioni dovevano rispondere alle esigenze di illuminazione ed aerazione che prevedevano le terapie sostenute da Scabia. La dislocazione degli edifici era dovuta alla necessità di evitare la simmetria, per far apparire tutto come un villaggio; questa soluzione comportò la costruzione anche di strade interne, necessarie per collegare i padiglioni fra loro. Queste strade sono tuttora in uso sebbene non fossero progettate per essere percorse dalle auto. Tra il 1902 e il 1909 Scabia incaricò l’ingegnere Filippo Allegri di redigere un piano di sviluppo edilizio. I padiglioni venivano battezzati con i nomi dei più celebri studiosi e alienisti del tempo e tutt’oggi sono conosciuti con questi nomi:

  • vennero costruiti padiglioni moderni e funzionali (ad esempio Verga, oggi sede del poliambulatorio dell’ospedale civile);
  • vennero ricostruiti alcuni edifici, tra cui la villa Falconcini trasformandola in padiglione Kraepelin;
  • venne ampliato il padiglione Krafft-Ebing, costruito nel 1896, successivamente intitolato a Luigi Scabia;
  • dal 1926 al 1935 vennero portati a termine i padiglioni Charcot e Ferri.

Inoltre il Manicomio era dotato di un proprio acquedotto. Nel 1901 venne installato un impianto di illuminazione a gas di benzina, con generatore di gas interno all’istituto, sostituito nel 1910 dall’energia elettrica; si avevano infine fognature, arredi urbani, rotonde, giardinetti.[2]I risultati ottenuti nei primi dieci anni di lavoro furono descritti dallo stesso Scabia nella pubblicazione Il frenocomio di San Girolamo in Volterra del 1910, la cui prefazione, stesa dall’allora presidente della Congregazione di Carità Avv. Giulio Bianchi, testimonia dello spirito di collaborazione esistente tra la direzione amministrativa e quella sanitaria, premessa indispensabile per lo sviluppo dell’istituto.
Nel maggio 1934, in seguito alla modifica dello statuto interno dell’istituto per abbassare l’età di pensionamento da settanta a sessant’anni, Scabia venne messo d’autorità in pensione e sfrattato dalla villa di S. Lazzero, da sempre residenza del direttore dell’Ospedale Psichiatrico. Dopo pochi mesi, il 20 ottobre 1934 Scabia morì in seguito ad una crisi cardiaca all’interno di una camera dell’albergo Etruria nel centro di Volterra. Scabia volle essere sepolto nel settore del cimitero nel quale si seppellivano i poveri dementi non reclamati dalle famiglie.[3]

L’ergoterapia e il no-restrainct

Scabia contribuì in modo originale alle pratiche di ergoterapia e no-restrainct. L’ergoterapia, ossia terapia del lavoro, prevedeva lo svolgimento di un’attività pratica da parte del malato in vista della guarigione o per lo meno di una stabilizzazione della malattia. La terapia del no-restrainct prevedeva la limitazione (non l’abolizione) dei mezzi di contenzione fisica del malato.

Scabia voleva sviluppare il concetto di villaggio autonomo, dove l’ammalato non doveva sentirsi rinchiuso fra quattro mura, ma come in famiglia, libero di girare nei pressi dell’ospedale e nella campagna circostante.
Per fare ciò Scabia fece costruire all’interno dell’ospedale una falegnameria, un panificio, una lavanderia, un’officina elettrica, una calzoleria, botteghe di stagni e fabbri, vetrai, addirittura una fornace per la fabbricazione dei mattoni da utilizzare nei padiglioni da costruire.
Vi erano inoltre due colonie agricole gestite da due famiglie di coloni nelle quali lavoravano i malati e che provvedevano a rifornire, anche se non per l’intero fabbisogno, i magazzini dell’Ospedale Psichiatrico; allo stesso scopo servivano gli allevamenti di oche e conigli del manicomio.
Nel 1933 venne addirittura istituita una moneta ad uso esclusivo dei ricoverati lavoratori per gli acquisti presso l’Ospedale psichiatrico; 70.988 esemplari incisi da Marinelli furono coniati dalla Casa di B.Cellini in Firenze.
Per un certo periodo funzionò anche un autonomo ufficio postale.
Gli ammalati venivano impiegati nei lavori edili, nei lavori agricoli, nelle officine, nella lavanderia, nella cucina, negli scavi in terreno archeologico.
Secondo Scabia, anche la ricreazione aveva una funzione importante: egli organizzava quindi quello che alcuni giornalisti italiani e stranieri chiamavano il «Carnevale dei pazzi», che consisteva in feste da ballo e recite a cui prendevano parte malati, infermieri e personale sanitario, così che il malato potesse scaricare in attività estroverse le sue anomalie psichiche.
L’ergoterapia aveva alimentato un’attività di notevole consistenza sul piano economico e produttivo. Questo però non era privo di ambiguità: rischiava di tradursi in uno sfruttamento sistematico della forza-lavoro fornita dai ricoverati. Non a caso una delle critiche spesso rivolte a Scabia era la spregiudicatezza e una sorta di imprenditorialità dell’assistenza psichiatrica.

È lo stesso Scabia, in uno scritto del 1933 [4], a descriverci le linee-guida della terapia del lavoro e i suoi risultati.
Per Scabia «…se il lavoro è elevazione morale, questa è tanto maggiore quando il malato può venire incontro alla società che lo salvaguarda e lo cura». Scabia spiega l’obiettivo dell’ergoterapia: il raggiungimento della dignità di un uomo da parte del malato, raggiungimento possibile solo con l’elevazione morale data dal lavoro. Sempre Scabia dice: «…solo per l’applicazione costante di un così vasto metodo di utilizzazione del malato di mente, in ogni ramo del lavoro, ha potuto sorgere l’istituto che dirigo». Infatti grazie al lavoro dei ricoverati si poté applicare una politica di alleanze basata sul mantenimento di una retta giornaliera inferiore a quella degli altri istituti del tempo: in un certo senso i malati si autofinanziavano.

L’obiettivo inoltre era quello di preparare il malato al reinserimento, quando possibile, nella società. Questo portò allo sviluppo del cosiddetto manicomio aperto, teorizzato dalla dottrina dell’open door, inteso come sistema dove il malato non era costretto all’interno con la forza. Infatti, il manicomio di Volterra non ha mai avuto una recinzione per segnare il distacco tra “l’interno” e “l’esterno”: il cancello di entrata era spesso aperto, le strade comunali e provinciali attraversavano l’istituto e non mancavano i contatti tra i malati e il mondo esterno. Si concedeva ai malati di andare al cinema in città, di andare al caffè, di fare piccole compere nei negozi esterni all’Ospedale; inoltre vi erano malati-maestri che andavano nei poderi limitrofi all’istituto per insegnare a leggere e a scrivere ai figli dei contadini. Alcuni malati erano impiegati negli uffici tecnici del manicomio o nella contabilità. In pratica ai malati venivano assegnate mansioni in base alle loro capacità. L’ergoterapia quindi non prevedeva solo lavori di fatica nei campi e nei cantieri, ma anche lavori intellettuali. Scabia inoltre spiega che la prevalenza del lavoro nei campi è dovuta al fatto che la maggior parte dei ricoverati provenivano dal mondo contadino.

È proprio per lo svolgimento di questo particolare tipo di terapia che, per la costruzione dei padiglioni dell’Ospedale, si scelse un luogo appena fuori le mura cittadine, a circa un chilometro dal centro. Scabia afferma che questo tipo di terapia non poteva svolgersi in città, in quanto si sarebbe rimarcata la diversità del malato con un conseguente annullamento dell’efficacia della terapia.

Inoltre, sempre nello stesso scritto del 1933, Scabia risponde alle critiche che lo accusano di imprenditorialità affermando che l’organizzazione del lavoro ha uno scopo strettamente medico e solo il medico psichiatra è capace di organizzare il lavoro e di deciderne gli orari.
Il lavoro produttivo dei malati era retribuito e i malati disponevano di un proprio conto corrente che potevano utilizzare due volte a settimana per il prelievo, per spendere i soldi guadagnati nei negozi cittadini.

Gli anni successivi alla morte di ScabiaI successori di Scabia si attennero alle sue indicazioni. Seguirono gli anni difficili della guerra e il crollo del numero dei ricoverati: dai 4794 del 1939 si scese nel 1946 a circa 2000[5]. Nell’immediato dopoguerra si susseguirono Amministrazioni straordinarie caratterizzate da problemi di gestione; infine nel 1948 fu nominato un commissario prefettizio, l’avvocato Pintor Mameli, che, nell’ambito e nell’organizzazione dell’Ospedale Psichiatrico, propose la creazione di una sezione destinata alla rieducazione dei minorenni con indirizzo medico-psicopedagogico. A tale scopo vennero utilizzati i padiglioni Bianchi e Chiarugi, gli ultimi costruiti (il primo nel 1936 e il secondo nel 1937).
L’iniziativa permise di ospitare cinquecento minori. La direzione venne affidata ad un funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia; il resto del personale venne trasferito dall’Ospedale Psichiatrico per evitare i licenziamenti in un periodo di emergenza sociale come il dopoguerra.

La partecipazione agli scavi del teatro romano (1950-1953)

In Vallebona (zona a nord della città di Volterra), a seguito di lavori di sterro fatti nel 1941 per allargare l’area del campo sportivo, erano tornati alla luce alcuni ruderi di età romana.
La Sovrintendenza alle Antichità d’Etruria non aveva allora fondi a disposizione per campagne di scavi e il Comune non poteva impegnarsi in attività archeologiche. Ricorrere all’opera dei ricoverati dell’Ospedale Psichiatrico sembrava la soluzione al problema.
Nel 1926 una squadra di ricoverati aveva già partecipato agli scavi sul piano di Castello ottenendo risultati positivi.
Nel 1950 il Professor Umberto Sarteschi, allora direttore dell’Istituto, si impegnò a mettere a disposizione un certo numero di ricoverati per avviare gli scavi di Vallebona.
Il presidente dell’Amministrazione ospedaliera, Giulio Topi, fu addirittura affascinato dall’idea e fece il possibile per agevolarne la riuscita. Il Museo Guarnacci riuscì a provvedere all’assicurazione dei lavoratori e a corrispondere loro un modestissimo compenso. Il sindaco Mario Giustarini approvò l’iniziativa.

Lunedì 10 luglio 1950 gli scavi ebbero inizio con una squadra di sei ricoverati e due assistenti-infermieri che si alternavano sul lavoro. I primi scavi furono deludenti ma successivamente l’esplorazione archeologica cominciò a dare i suoi frutti. Il direttore dell’Ospedale concesse un’altra squadra di sei ricoverati.
Da luglio a novembre si era scavato nel settore di ponente mettendo in luce la galleria o «parodos» che lega la gradinata del teatro (ormai era stato accertato trattarsi di un teatro) al vestibolo che fiancheggia la scena.
Il 18 novembre 1950 visitarono gli scavi Antonio Minto, sovrintendente alle Antichità d’Etruria e l’ispettore Guglielmo Maetzke per valutare i risultati archeologici finora ottenuti. Entrambi rimasero colpiti dall’ampiezza dei reperti monumentali e dettero quindi il loro pieno consenso alla prosecuzione degli scavi.

Il teatro di Vallebona costituisce una delle opere superstiti più importanti della romanità nell’Etruria. L’economia della città di Volterra ne ha avuto un grande vantaggio in quanto il rudere viene ancora oggi utilizzato per le rappresentazioni teatrali. L’ampiezza dello scavo e la necessità di consistenti restauri e consolidamenti determinò il massiccio intervento della Sovrintendenza alle Antichità e l’impiego di mezzi meccanici messi a disposizione dalla Società Larderello.

Dal 1955 gli operai civili sostituirono i ricoverati, ma senza gli scavi degli anni 1950-1953 da parte dei ricoverati dell’Ospedale psichiatrico Vallebona sarebbe rimasto un campo di gioco.[6]

Lo sviluppo in negativo fino al 1963

All’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra fino al 1963 veniva applicata senza riserve la legge n. 36 del 14 febbraio 1904, strutturando così un rigido custodialismo all’interno dell’Ospedale. Questo accadeva anche sotto la direzione di Scabia, nonostante le pratiche del “no-restrainct” e dell'”ergoterapia”. Si rafforzarono sempre più il regime poliziesco e il verticismo organizzativo: “la struttura sanitaria e assistenziale era di tipo gerarchico, piramidale” dove “ognuno era responsabile delle proprie azioni solo nei confronti delle persone da cui dipendeva direttamente”[7]. Era il primario che distribuiva gli ordini a tutto lo staff: gli infermieri eseguivano gli ordini e i pazienti li subivano. Non c’era nessun tipo di rapporto tra lo staff tecnico e i pazienti che venivano strumentalizzati.
Il clima era carcerario: gli infermieri venivano chiamati “guardie” o “superiori” (avevano il ruolo di custodia e di sorveglianza), le finestre dei reparti erano protette da sbarre che di notte venivano chiuse a chiave.

Verso il rovesciamento istituzionale dal 1963

Dal 1963 si iniziarono i passi verso una trasformazione sociale. Si svilupparono le prime idee di riforma e le prime pratiche alternative anti-istituzionali per arrestare il rigido regime che si era instaurato.
Queste idee, nonostante inizialmente fossero seguite solo da pochi operatori, rappresentarono l’inizio del cambiamento. Si iniziarono a diffondere le idee di deistituzionalizzazione, dell’aumento della libertà dei ricoverati e della riconquista dei loro diritti.

L’Ospedale Psichiatrico si intrecciava con i problemi dell’occupazione e dell’economia volterrana, era quindi necessario iniziare il rovesciamento istituzionale in modo graduale, da creare meno disagi possibili.
Era indispensabile un dialogo con la città, per confrontare il nuovo concetto di psichiatria con la realtà che avrebbe dovuto contribuire a trasformare e superare i dubbi da parte di coloro che ancora si rifacevano alla visione tradizionale della psichiatria, del malato mentale e degli Ospedali Psichiatrici.

In occasione dell’insediamento del nuovo consiglio, nel 1973 venne presentata dal Consorzio dell’Ospedale Psichiatrico una relazione in cui si gettavano le basi per una nuova gestione organizzativa e terapeutica di tipo comunitario. Le necessità erano quelle di:

  • rompere il verticismo che gravava soprattutto sul malato, quindi abolire o comunque diminuire la distanza tra malato e operatori a tutti i livelli;
  • sensibilizzare il personale;
  • stabilire delle regole di vita dei pazienti decise in modo comunitario in base alle singole situazioni.

Il primo contatto significativo con la realtà esterna avvenne con un’operazione culturale patrocinata dal comune di Volterra, chiamata “Volterra ‘73”, che prevedeva la collaborazione da parte di artisti italiani e stranieri attraverso interventi architettonici, scultorei e pittorici all’interno dell’istituzione, per rompere quella rigidità che era ancora presente al suo interno. L’operazione avrebbe occupato una struttura che sarebbe diventata un laboratorio artistico, un punto di aggregazione culturale. Ma il manicomio non accettava ancora il cambiamento, tanto che si produsse una rottura con gli organizzatori della manifestazione.

I Comitati

Alla fine del 1973 il Consiglio di amministrazione dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra, attraverso un accordo politico sottoscritto dai partiti politici della città e dal Consorzio delle due provincie di Pisa e Livorno, pose le basi per un reale processo di superamento dell’Ospedale Psichiatrico grazie alla realizzazione di una comunità terapeutica.
Il progetto iniziò dal 1975, anno in cui venne deciso di creare dei Comitati di gestione per combattere il centralismo istituzionale.
Nonostante le contrapposizioni riscontrate da parte di Primari e medici dell’Ospedale che volevano mantenere inalterato il loro livello di potere, i Comitati di gestione cominciarono comunque a svolgere le loro funzioni. I Comitati erano cinque e ognuno aveva compiti e finalità diverse:

  • “Comitato per la gestione del lavoro” per la riorganizzazione dell’ergoterapia, per dare maggiore dignità ai lavoratori e ai ricoverati;
  • “Comitato per la gestione della scuola professionale” per riqualificare il personale;
  • “Comitato di gestione tecnico-economale” per umanizzare i reparti di degenza e per rendere più funzionali i servizi ospedalieri psichiatrici;
  • “Comitato di gestione delle attività socio-culturali” per rompere il cerchio che stringeva i ricoverati e i loro controllori attraverso l’apertura al sociale;
  • “Comitato per la gestione del territorio”: per stabilire un dialogo e un approccio positivo con il territorio di provenienza dei ricoverati per un eventuale progetto di reinserimento. Una prima fase per il raggiungimento dell’obiettivo fu quello della “zonizzazione”.

Il “Comitato di gestione delle attività socio-culturali” favorì i primi passi verso l’esterno. Le scuole e gli istituti superiori della zona ebbero in questo un ruolo decisivo. Il movimento studentesco permise un rapporto più continuativo con l’Ospedale. Inoltre un tentativo di cambiamento fu provato dal “Centro di sperimentazione di Pontedera”, composto da teatranti e studenti, che decise di vivere per un periodo all’interno dell’Ospedale Psichiatrico con l’obiettivo di impostare un ritmo di vita al di fuori delle regole istituzionali coinvolgendo in questo i degenti ma anche gli operatori, i medici e i tecnici che avrebbero dovuto impostare anch’essi, dopo l’esperimento, questo ritmo. Ma il tentativo fallì: si irrigidirono i medici e gli operatori ancora fedeli al vecchio modello istituzionale che accusavano il Comitato di una mancanza di terapeuticità. Allo stesso tempo però, aumentavano gli operatori e i degenti coinvolti nelle nuove attività. Si creò una vera e propria lotta interna. Quando l’obiettivo del Comitato di rompere l’isolamento dell’Ospedale Psichiatrico fu chiaro alle forze di opposizione, il Comitato venne smantellato.

La “zonizzazione”

La zonizzazione prevedeva la sistemazione in diverse divisioni psichiatriche di assistiti che provenivano da una stessa area territoriale per poter ottenere un reale reinserimento del malato nel territorio di origine.
Ogni divisione doveva avere una propria organizzazione interna per affrontare i problemi dalla prima fase di osservazione a quella di deospedalizzazione. Lo scopo era anche quello di cercare di impostare un programma di prevenzione della malattia mentale. In un secondo momento vennero create delle divisioni corrispondenti a quelle già presenti all’interno dell’Ospedale: gli operatori e i medici che aderivano alle teorie riformatrici intervenivano in un territorio ben delimitato e impostavano i rapporti con i pazienti sulla continuità terapeutica in quanto il malato era assistito dagli stessi operatori in Ospedale, nel suo eventuale reinserimento nel territorio e durante gli eventuali successivi ricoveri.

La legge n. 180 del 1978 nell’Ospedale

La legge n. 180 rappresenta per l’Ospedale Psichiatrico di Volterra un riconoscimento delle pratiche alternative sperimentate negli anni precedenti. Per la sua attuazione era necessario:

  • umanizzare i rapporti, i trattamenti e i reparti;
  • decentrare l’assistenza psichiatrica;
  • elaborare gli strumenti operativi per tutelare e portare avanti una diversa promozione della salute e una diversa visione della malattia.

Inizialmente ci furono dei problemi da affrontare: il malato, dopo aver trascorso lunghi anni di internamento in Ospedale Psichiatrico non era più in grado di vivere in società. Tanto più era durato il periodo di permanenza di un individuo all’interno dell’istituzione, tanto più era difficile il suo reinserimento all’interno della società. Inoltre alcuni cittadini si opponevano alla dimissione e alla presenza di ex-ricoverati nel loro stesso territorio. La nuova legge veniva quindi applicata con difficoltà e lentezza.

Gli “ospiti”

Per rendere graduale il reinserimento dei malati all’interno della società, nacquero gli “ospiti”, ex-ricoverati che alloggiavano in strutture all’interno dell’Ospedale Psichiatrico: quattro case-famiglia con camere da due o tre posti. Si trattava di una sorta di passaggio tra la totale chiusura all’interno dell’Ospedale e l’apertura alla società.

Nel 1977 all’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra erano ancora ricoverati 630 degenti che provenivano soprattutto dalle provincie di Pisa e Livorno. Di queste persone 530 vivevano ancora all’interno dell’Ospedale, mentre gli altri 100 erano ufficialmente dimessi, erano gli “ospiti”. Gli infermieri erano pochi e intervenivano solamente in caso di reale bisogno; alcuni degli “ospiti” lavoravano sia dentro che fuori dall’Ospedale. Le case-famiglia rendevano autonomi gli ex-degenti che si autogestivano per prepararsi alla risocializzazione, per rompere i vincoli di istituzionalizzazione, per riassumersi la responsabilità della propria vita, delle proprie scelte.

Non tutti gli obiettivi furono raggiunti perché nonostante la maggiore libertà e autonomia, le case-famiglia erano comunque all’interno del complesso ospedaliero e i rapporti con gli operatori presenti avevano ancora caratteristiche manicomiali.
Inoltre gli “ospiti”, sentendosi ancora parte del manicomio, non avevano la necessità di cambiare abitudini di vita. Nonostante questo, gli ex-ricoverati dimostrarono di non aver perso totalmente la capacità di autogestirsi; inoltre sempre più persone volevano provare questa esperienza. La novità non fu solamente per gli ex-degenti ma anche per gli operatori che avevano scoperto un nuovo modo di lavorare e non consideravano più il malato diverso e incapace, riconoscendo che non era più necessaria una continua protezione. Gli “ospiti” stessi infine chiedevano più integrazione con il resto della popolazione; infatti solo lavorando fuori dal manicomio avrebbero avuto l’occasione di vivere una vita reale.

Il Centro di Igiene Mentale

 

Il Centro di Igiene Mentale, fondato nel 1977, aveva un ruolo centrale nell’avviare i ricoverati verso il reinserimento nel territorio, aveva, inoltre, il compito di qualificare e formare gli operatori.
Con la nuova organizzazione il ricovero in Ospedale, cioè il Trattamento Sanitario Obbligatorio (ancora oggi esistente), diventava una soluzione temporanea, di emergenza, che veniva praticato solamente in casi particolarmente gravi.[

 

 

Nannetti ,Figlio di padre sconosciuto (indicato su tutti gli atti, come d’uso all’epoca, con la sigla NN) e di Concetta Nannetti, Oreste (nome d’invenzione che lo stesso Fernando si attribuí per dare maggiore imponenza alla sua persona ) , all’età di sette anni, fu affidato a un’opera di carità e poi, a dieci anni, fu ricoverato in una struttura per persone affette da problemi psichici. A causa di una grave forma di spondilite, fu ricoverato per lungo tempo all’ospedale Carlo Forlanini. Non si hanno notizie precise sulla sua vita fino al 1948, quando fu processato per oltraggio a pubblico ufficiale, accusa dalla quale fu prosciolto il 29 settembre dello stesso anno per vizio totale di mente. Trascorse i successivi anni nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà a Roma, prima di essere trasferito, nel 1958, nell’ospedale psichiatrico di Volterra. Nel 1959 fu trasferito nella sezione giudiziaria “Ferri” del complesso volterriano. Dal 1961 al 1967 fu invece nella sezione civile “Charcot” del manicomio, per poi tornare al “Ferri” fino al 1968. Fu affidato alternativamente alle due strutture fino alla dimissione. Nel 1973 fu assegnato all’Istituto Bianchi e, come molti altri ex-pazienti, visse a Volterra fino alla morte, avvenuta nel 1994.[2]Nannetti scrisse un gran numero di lettere e cartoline a parenti immaginari, firmandosi con le sigle “Nanof”, “Nof” o “Nof4” e definendosi, senza soluzione di continuità, astronautico ingegnere minerario, colonnello astrale, scassinatore nucleare[3] o “Nannettaicus Meccanicus – santo della cellula fotoelettrica”‘[4]. La sigla NOF venne da lui stesso risolta, di volta in volta, come “Nannetti Oreste Ferdinando” o “Nucleare Orientale Francese” o, ancora, “Nazioni Orientali Francesi”, mentre il «4» costituiva il riferimento alla matricola che aveva ricevuto all’entrata della struttura.Negli anni di degenza al Ferri, Nannetti incise una serie di graffiti sugli intonaci del complesso, utilizzando le fibbie delle cinture che facevano parte della divisa degli internati[5]. Uno, lungo 180 metri e alto in media due, correva intorno al padiglione dell’istituto. L’altro, lungo 102 metri e alto in media 20 centimetri, occupava il passamano in cemento di una scala. I due cicli erano organizzati come un sorta di racconto per immagini graffiti hanno per tema visionari racconti fantascientifici spesso incoerenti o di difficile interpretazione. Fra i testi è possibile leggere: «io sono un astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale»«il vetro le lamiere i metalli il legno le ossa dell’essere umano e animale e l’occhio e lo spirito si controllano attraverso il riflessivo fascio magnetico catotico» ed altre citazioni
Padiglione Charcot , adibito ad ospitare soltanto malati di sesso femminile
Padiglione FERRI , dove erano ospitati malati GIURIDICI , in dettaglio le “sedute per ammalati catatonici”
Dettaglio delle “sedute per ammalati catatonici”
Padiglione FERRI
Interno del padiglione CHARCOT
Interno Charcot
Interno padiglione Charcot, presenza di un ..fantasma???
Interno Charcot
Interno Charcot
Interno Charcot
Interno Charcot
Sala ricreativa , interna al Charcot , nella stessa sala i pazienti , festeggiavano le festività
Interno Charcot

   

Padiglioni :

L’ospedale psichiatrico di Volterra o Frenocomio San Girolamo ebbe origine nel 1884 come ospizio di mendicità per i poveri del comune. Cominciò la sua attività con 4 degenti e registrò nel 1942 il massimo di presenze contando 4145 pazienti e 770 dipendenti.

Negli anni ‘20 il complesso ospedaliero comprendeva 13 padiglioni destinati ai malati ed ai servizi e svariati edifici quali officina, molino, forno, etc. che servivano ad assicurarne l’autosufficienza.

Gli ultimi padiglioni furono costruiti sul Poggio alle Croci per l’assoluta mancanza di spazio edificabile. Il Poggio fu scelto per la vicinanza al frenocomio stesso, cosa che consentiva di usufruire completamente dei servizi generali di quest’ultimo.
Nel 1926 fu realizzato il padiglione Charchot come ricovero femminile. Successivamente il Ferri, per ospitare pazienti pericolosi o ritenuti tali, ed infine il Maragnano per gli ammalati di tubercolosi.

 

Arte nella mia città

Battistero di San Giovanni in corte

Il nome deriva dall’antica chiesa di Santa Maria in Corte, di epoca longobarda, alla quale ha preso il posto. La sua ricostruzione nelle forme odierne a base ottagonale fu cominciata a partire dal 1301. Un apporto progettuale di Nicola Pisano risulta del tutto ipotetico mentre è ricca la testimonianza sui lavori di cantiere svolti fino al 1361.

È considerato tra le massime espressioni del gotico toscano, in quanto riunisce in sé elementi fiorentini, pisani e senesi.

L’esterno è interamente rivestito di marmo bianco e verde. Ormai acclarata la posizione secondaria attribuita per anni dalla storiografia locale a Cellino di Nese. Presenta tre portali finemente decorati con bassorilievi e capitelli scolpiti nel marmo. A differenza del Duomo senese e di quello orvietano, il portale principale è strutturalmente insolito, in quanto sormontato da un timpano triangolare intero con un rosone traforato al centro. La piramide che costituisce la cupola è preceduta da un piano loggiato cieco e da un deambulatorio circondato da una balaustra in colonnelli tortili, mentre i pilastri angolari terminano con ricchi pinnacoli. La lanterna posta sulla sommità della cupola riprende la planimetria ottagonale del Battistero. L’imponente monumento raggiunge un’altezza di circa 40 metri.

Per quanto riguarda l’apparato ornamentale interno, si evidenziano le formelle in cotto della vasca battesimale che spiccano a confronto con la semplicità dell’ambiente.

Il restauro del 1975 ha messo in luce nel fonte battesimale la data del 1226 e il nome dello scultore, Lanfranco da Como.

Già nel Medioevo, di fronte al battistero, nel giorno di sabato si teneva un mercato settimanale.

Dettaglio del Fonte battesimale
Dettaglio laterale Fonte Battesimale
Particolare
Statua di san Giovanni , interno Battistero Pistoia
Statua di san Giovanni , interno Battistero Pistoia, lato opposto
Scorcio vista della cupola del battistero e dei tetti della città
Vista della campane del Campanile del duomo
Accesso al campanile del duomo

 

Fregio Robbiano Ospedale del Ceppo

La storia del Fregio

L’Ospedale sorse nel 1277 nel luogo in cui due coniugi, Antimo e Bendinella, trovarono, dietro indicazione della Madonna che era loro apparsa, un ceppo fiorito in pieno inverno (da cui il nome dell’Ospedale): lì essi fondarono un luogo non soltanto di cura delle malattie, ma anche di accoglienza.

L’Ospedale seguì solo in parte le sorti della città e se nel ‘400 Pistoia era già da tempo sotto il controllo fiorentino, la carica di Spedalingo, ovvero l’amministratore delle risorse dell’Ospedale, veniva ancora nominata dal Comune, senza alcun tipo di intervento o pressione fiorentina nella scelta. Questo scatenava ogni volta grandi lotte fra le famiglie pistoiesi per accaparrassi il posto tanto ambito, tant’è che a inizio ‘500 Firenze inviò un proprio Spedalingo, Leonardo Buonafede, per placare le lotte intestine a Pistoia.

Il Buonafede non era una persona a caso: frate certosino, priore della Certosa del Galluzzo e Spedalingo dell’Ospedale di S. Maria Nuova, era di comprovata esperienza. Al suo arrivo a Pistoia egli decise di completare la costruzione del loggiato, che era già stata cominciata, e, una volta finito quello, di provvedere alla decorazione.

Per far questo chiamò inizialmente due artisti, Benedetto Buglioni e Giovanni della Robbia: il primo realizzò la lunetta con l’Incoronazione della Vergine sopra l’accesso alla ex-chiesa posta a sinistra della facciata dell’Ospedale, mentre il secondo realizzò i tondi sopra al loggiato.

Ma la decorazione non era finita qui e per il Fregio, nel 1526, venne chiamato Santi Buglioni a realizzare le Sette Opere di Misericordia, che illustrassero sette “buone azioni” fatte dall’Ospedale per accogliere pellegrini, malati, poveri, ecc.

Le Sette Opere di Misericordia del Fregio Robbiano

Nella prima formella, posta sul fianco sinistro, si rappresenta la prima Opera di Misericordia, ovvero Vestire gli ignudi. Al centro Leonardo Buonafede, vestito in bianco e nero, sta da un lato porgendo un panno per coprire gli ignudi e dall’altro dona dei soldi alle giovani fanciulle senza dote e alle vedove povere. Tali compiti, come quelli illustrati in tutte le formelle successive, spettavano all’Ospedale. Segue, in angolo un’arpia apotropaica, che si ritrova, pari pari, all’angolo opposto.

Vestire gli ignudi (fonte: Caterina Bellezza)

 

La seconda formella illustra Ospitare i pellegrini: lo Spedalingo lava i piedi a un pellegrino, sotto le sembianze di S. Giovanni Battista, patrono di Firenze, mentre altri pellegrini, fra cui S. Jacopo, armati di bastone, stanno giungendo da sinistra. Segue la figura della Prudenza, una delle Virtù, armata di specchio.

Ospitare i pellegrini (fonte: Caterina Bellezza)

 

Nella terza scena si rappresenta il Curare gli ammalati, uno dei compiti principali dell’Ospedale: il paziente a sinistra giace su un letto mentre un medico gli sta tastando il polso; dall’altro lato, invece, un altro paziente viene curato da un chirurgo. E’ una rappresentazione che sembra alludere alla Scuola Medica Pistoiese, vanto e gloria della città fra ‘600 e ‘800, poi confluita nella Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Firenze. La Virtù che segue è quella della Fede.

Curare gli ammalati (fonte: Caterina Bellezza)

 

Nella quarta formella, quella del Visitare i carcerati, troviamo Leonardo Buonafede a colloquio con S. Leonardo, protettore dei carcerati che vengono visitati dietro le sbarre a ai quali viene portato da mangiare da alcuni inservienti dell’Ospedale. Segue la Carità.

Visitare i carcerati (fonte: Caterina Bellezza)

 

La quinta formella illustra Seppellire i morti, unica Opera di Misericordia non citata nel passo evangelico di Matteo, che mostra un funerale e un seppellimento. Lo stesso Ospedale aveva il compito di provvedere a questo rito per le persone che vi morivano, dal momento che non lontano dal Ceppo si trovava un cimitero di competenza dell’Ospedale. La Virtù seguente è la Speranza, di verde vestita.

Seppellire i morti (fonte: Caterina Bellezza)

 

Quinta formella è quella del Dar da mangiare agli affamati, un altro dei compiti dell’Ospedale: Leonardo Buonafede invita a tavola un povero, mentre abbondante pane viene distribuito fra i poveri. Segue la Giustizia con la spada.

Dar da mangiare agli affamati (fonte: Caterina Bellezza)

 

Le vicende dell’ultima formella

Se fin qui tutto era andato bene, nel 1528 la decorazione del Fregio si interruppe per l’improvvisa partenza di Leonardo Buonafede da Pistoia in seguito alla sua elezione a Vescovo di Vieste. Partito il committente, nessuno finanziò più Santi Buglioni e la sua bottega, che lasciò il Fregio incompleto.

Soltanto sessanta anni dopo il nuovo Spedalingo, Bartolomeo Montechiari, decise di proseguire e ultimare l’opera lasciata incompleta e fu così che chiamò un artista pistoiese, Filippo Paladini, a realizzare la formella del Dar da bere agli assetati.

Il povero artista, tuttavia, non conosceva la tecnica della terracotta invetriata usata da Santi Buglioni, tant’è che provò a imitarla, ma con scarsi risultati. La sua è l’unica scena dai colori meno vivi e lucidi, quasi più tendenti al marrone, anche se l’attuale restauro ha pienamente reso leggibilità all’opera.

Dar da bere agli assetati (fonte: Caterina Bellezza)

 

Completato nel 1585 circa, il Fregio Robbiano appena magistralmente restaurato è oggi un fiore all’occhiello di Pistoia. E forse le foto proposte rendono solo in parte la bellezza dell’opera, che va vista davvero di persona.

Viaggio nelle miniere di magnetite di Capoliveri (isola d’Elba)

Breve storia:

Di storia e di storie all’Isola d’Elba, e a Capoliveri poi, così antico e suggestivo, ce ne sono tante; tracce di grandi personaggi e vicende, che portano l’Isola nei libri di storia, oppure racconti, aneddoti lontani, accaduti in periodi importanti, che portano il carattere fiero ed orgoglioso degli elbani fra i capitoli di storie più grandi, che da qua son passate o si sono fermate per un po’, lasciando il segno nel paesaggio, nella forma delle chiese e dei palazzi e nella memoria locale, che ne ha fatto leggende, canti e feste con cui oggi gli elbani vi vogliono intrattenere per far conoscenza e per non dimenticare.

La miniera fa parte di questo grande libro, scritto da millenni, per primi dagli Etruschi e dai Romani, continuato da Pisani e Genovesi nel Medioevo, arricchito dalle mire di Cosimo de’ Medici e perfino da Napoleone, che aveva ben stimato la ricchezza di queste terre e le loro ambiziose possibilità.

Sono tante le pubblicazioni che vi potranno raccontare l’evoluzione della Miniera di Ferro di Capoliveri ma quel che qui vorremmo aiutarvi a scoprire è la storia scritta nel paesaggio capoliverese e quella nascosta nel carattere dei suoi antichi minatori che, con fatica ed orgoglio, hanno sfruttato e rispettato questa terra, le hanno dedicato la vita, passata tra le cave, le vigne ed il mare.

Quel che rimane della Miniera di Calamita, chiusa per ragioni economiche nel 1981, sono i resti degli ultimi scavi, gli impianti di estrazione e trattamento dei minerali ferrosi, progetti all’avanguardia per quei tempi, quando la nostra miniera, quella sotterranea in particolare, era la più moderna e ricca d’Europa.

Di questa modernità ed efficienza, della ricchezza di Ematite, Magnetite, Limonite e Pirite, i minerali di ferro, sono così orgogliosi i minatori quando, quasi con rancore e con un pò di malinconia, raccontano il lavoro e poi la chiusura dei cantieri.

E se da una parte restiamo stupiti e commossi di quanto trasporto mettano nel ricordare così tanta fatica, dall’altra dobbiamo capire che là, tra la polvere e la stanchezza, c’era l’orgoglio di conoscere un mestiere, di saperlo fare e di esserne parte, parte di un’eccellenza italiana, che era proprio qua, che richiedeva la forza e la tenacia dei capoliveresi.

Bisogna sentire la fierezza nella voce quando raccontano che gli stabilimenti di Piombino, Genova e Taranto lavoravano grazie al minerale elbano, che si distribuivano ghisa ed acciaio in tutta Italia ed oltre e che i nuovi impianti, nel dopoguerra, erano progettati da ingegneri tedeschi, venuti da lontano per gettare le basi di un futuro avveniristico che sembrava non dovesse mai finire, proprio come il ferro per i greci ed i romani, quando si credeva che il minerale, appena cavato, rinascesse dalle profondità della terra.

Bisogna immaginare la ventata di novità che l’ammodernamento degli scavi ha portato quaggiù dai primi anni del ‘900: ferrovie e treni a vapore, pontili, funivie, centrali elettriche, strade e mezzi arrivano in miniera molto prima che in paese, un borgo di minatori, pescatori e contadini che fino agli anni ’50 non immaginavano un futuro turistico per la loro terra ricca di ferro.

Inizio secolo, il lavoro è durissimo, solo per raggiungere il Cantiere Vallone, ci vuole più di un’ora a piedi, si parte all’alba con il tizzo acceso e si cammina per lavorare, andata e ritorno, con qualsiasi tempo e poi c’è il cottimo, che paga in base al ferro estratto, ed è un modo ingiusto e troppo incerto per una fatica del genere. I mezzi di scavo e trasporto sono ancora rudimentali, il foro da mina si fa a mano, il carico con la pala e la coffa, i carretti e i somari.

E se piove?

Se piove suona la sirena e si torna a casa a mani vuote, stanchi e delusi, perché se il tempo non migliora la paga sarà troppo bassa per sfamare la famiglia e bisognerà chiedere credito alla Cooperativa della miniera, là ti danno la farina, la carne, il burro, il latte ma poi il mese dopo trattengono tutto e alla fine nella busta ci si trova il serpo, una s tracciata in rosso che pare un serpente, il saldo dovuto che consuma uno stipendio già misero, che spesso costringe gli uomini a lavorare nei campi o ad andare a pescare dopo la miniera per garantirsi il mangiare.

Eppure questa è l’unica possibilità e tutti, compiuti quattordici anni, fanno domanda per lavorare a Capoliveri, Rio Marina e Rio Elba e poi, nei primi anni del secolo, apre lo stabilimento siderurgico di Portoferraio, l’altoforno per la ghisa e l’ acciaio per la prima volta prodotti direttamente sull’Isola che diventa famosa e moderna davvero, orgoglio d’autarchia visitata più volte da Mussolini e riprodotta sulle cartoline d’epoca che diffondevano l’immagine dell’Elba industriale. Anche il trasporto migliora e all’Innamorata, oggi spiaggia affollata, arrivano 6 km di ferrovia, con vagoncini trainati a vapore.

Cantieri e stabilimenti crescono e la forza lavoro aumenta, gli operai si riconoscono nella lotta di classe e riescono ad ottenere qualche diritto dopo i primi scioperi e le grandi occupazioni ma con la guerra la produzione cala finchè, semidistrutti dai bombardamenti alleati nel secondo conflitto mondiale, gli altiforni chiudono e gli elbani, stremati dalla guerra e dalla perdita della loro miglior risorsa, devono ricominciare.

La ripresa è forte nel dopoguerra e a Capoliveri cominciano i lavori di preparazione per la miniera sotterranea del Ginevro, la galleria di Magnetite più grande e produttiva d’Europa, fiore all’occhiello della produzione siderurgica italiana, che richiede ben vent’anni di progettazione, 7 km di strade sotterranee e 90 mt di profondità.

Qua si cava la Magnetite, il miglior minerale di ferro; la resa altissima ripaga lo sforzo dello scavo nella roccia durissima della messa a punto degli impianti così lontani dal paese. Ma non si cammina più per raggiungere la miniera, nascono strade nuove, prima si prende la bici ed infine il bus per arrivare in cantiere; il cottimo è bandito e i minatori hanno un salario, ancora misero ma regolare, il lavoro in galleria è durissimo ma la perforazione con martelli e macchine ad aria compressa ed il trasporto con locomotive a batteria migliorano un po’ le cose.

Anche i cantieri a cielo aperto aumentano e si ammodernano con nuovi pontili e nastri trasportatori, impianti di trattamento e separazione del minerale.

Negli anni ’60 i primi turisti si affacciano sull’Elba per conoscere una natura rigogliosa e incontaminata e i suoi abitanti che li accolgono sì, un po’ burberi un po’ generosi, ma continuano a cercare il lavoro in miniera fino al 1981 quando tutto chiude, non perché è finito il ferro, ma perché all’Italsider, la concessionaria, comprarlo in Sud America e in Sud Africa conviene.

Le cose cambiano alla svelta, l’Elba ormai è turistica e Capoliveri uno dei paesi più apprezzati e capaci di tenere il passo con i tempi ma i minatori, e qua bisogna fare un piccolo sforzo e comprenderli, hanno scioperato tantissimo ed hanno l’amaro in bocca: il ferro era ancora tanto e “buono”, il lavoro si sapeva fare, è stato un tradimento, un peccato chiudere.

Scioperano, bloccano l’Isola, vanno a Roma, delusi, spaventati ed arrabbiati ed ai politici che, quasi stupiti, gli ricordano che hanno una bellissima terra con un incantevole mare rispondono: “Non siamo mica vagabondi!!”

E la loro voce è giusta e commovente oggi che tutto è diverso per fortuna, che cerchiamo di raccontare la miniera, che passeggiamo lungo i suoi sentieri, tra il mare e la collina, insieme a quel che resta del loro lavoro, meravigliosamente fuso nel paesaggio, parte della stessa natura di questo posto che sembra, senza la miniera e i suoi uomini, forse non sarebbe.

 

immagini “rubate”

 

Viaggio nelle Cave di ferro A Rio Marina (isola d’Elba)

Breve storia:

La zona di Rio Marina è stata sfruttata fin dai tempi degli Etruschi per scopi minerari, a causa della forte presenza di minerale di ferro nel terreno.

A breve distanza dall’abitato, in località Il Piano, si trova l’importante necropoli rupestre di Rio Marina, una sepoltura collettiva risalente all’Eneolitico.

I primi insediamenti documentati risalgono intorno al XV secolo: in quel periodo la zona era conosciuta come «Piaggia di Rio», e costituiva il punto di accesso al mare del vicino centro abitato di Rio nell’Elba. In quei periodi infatti le incursioni dei pirati spingevano gli abitanti a costruire i paesi sulle colline: le uniche costruzioni presenti all’epoca erano la Torre di Rio Marina (essa compare come «Torre di Spiaggia» in una cartografia del 1420 attribuita a Cristoforo Buondelmonti), l’oratorio di San Rocco ed alcuni edifici di servizio.

È nel XVIII secolo, quando ormai le incursioni piratesche sono un ricordo, che il borgo comincia a svilupparsi: alcuni padroni di bastimento e marinai, liguri e corsi, si trasferiscono alla Marina di Rio ed insieme alle guardie, ai pesatori, ad alcuni pescatori e ad altri padroni e marinai scesi da Rio nell’Elba, danno origine alla prima comunità piaggese. Ai tempi dell’invasione francese del 1799 il paese conta circa 800 abitanti. È in quel periodo che comincia lo sfruttamento industriale delle miniere di ferro: vengono importate nuove tecnologie e aperte nuove cave. Nel 1841, nonostante la viva opposizione da parte della parrocchia di Rio nell’Elba, un decreto vescovile sancisce la nascita della parrocchia paesana, che troverà sede nella chiesa di Santa Barbara.

È dedicata a questa Santa poiché Rio Marina è un paese a vocazione mineraria fin dai tempi più antichi, che per questo motivo l’ha scelta come protettrice. Non fu costruita subito nel luogo dove si trova nel ventunesimo secolo, all’ingresso del paese, bensì nel suo centro, dove si trova la piazza del Municipio, nell’anno 1843. Quella struttura ebbe vita breve, in quanto sin dal 1850 si verificarono problemi di staticità che consigliarono nel 1860 di abbandonarla e demolirla. Rimase in piedi solo il campanile, fino al 1958.

Ma la popolazione reclamava una chiesa parrocchiale idonea all’incremento della popolazione, da intitolarsi a Santa Barbara, essendo il piccolo oratorio esistente di San Rocco poco capiente per una popolazione che era cresciuta in maniera esponenziale assieme allo sviluppo delle attività estrattive; ed allora la società Ilva, che aveva costruito gli archi di trasporto a mare del minerale sul passante della vecchi chiesa, sovvenzionò la costruzione della nuova struttura su proprio terreno, e che fu aperta solennemente al culto il 4 dicembre del 1934 dal vescovo di Massa e Populonia Faustino Baldini, e dal parroco Andrea Corsetti.

La costruzione e la decorazione in formelle delle porte lignee avvenne ad opera di Giuseppe («Tonietto») Carletti, già sindaco del paese per due anni dopo la fine della prima Guerra Mondiale, che in bassorilievo volle rappresentare la santa patrona, in atteggiamento altero, immersa nell’ambiente di cui era referente salvifica. Il 13 aprile 2003 è stata nuovamente inaugurata dopo un importante restauro conservativo.

Nel 1853 si insedia nel paese una piccola comunità valdese, attiva fino al giorno d’oggi.

Con la spinta delle miniere, il paese vede una forte crescita demografica, fino a raggiungere l’apice alla fine del XIX secolo, quando possedeva una delle migliori flotte della penisola ed era diretta da uomini economicamente forti e politicamente determinati. È di questo periodo la scissione a comune autonomo: per celebrare l’occasione, sulla cima della torre ottagonale, ormai inutilizzata, viene costruita una torretta con l’orologio, donando al monumento l’aspetto attuale. A cavallo del 1900, il paese vive una profonda crisi, che terminerà quando la società Elba ottiene il possesso dell’intera catena produttiva delle miniere di Rio, dall’estrazione al trasporto. Sono momenti di ricchezza per il paese, ma spesso le condizioni di lavoro in miniera sono proibitive: turni di dodici ore in un ambiente malsano, la povertà degli operai che costringeva anche gli anziani e le donne a lavorare. È in questo periodo che arrivano a Rio le nuove idee socialiste ed anarchiche: nasce nel 1904 la sede locale del Partito Socialista Italiano. Nel 1911 si apre una dura contestazione degli operai contro i dirigenti delle miniere, che si concluderà con la cocente sconfitta del proletariato e il licenziamento di molti operai. Nove anni dopo, in pieno biennio rosso, venne addirittura tentata l’occupazione e autogestione delle miniere, ma nonostante l’aiuto della giunta comunale socialista anche questo tentativo fallì. Tuttavia, con l’avvento dei tempi moderni, le miniere subirono un brusco ridimensionamento, fino alla chiusura definitiva nel 1981. Dopo la chiusura delle miniere, l’attività estrattiva ha dovuto lasciare il passo allo sviluppo turistico, trasformando così Rio Marina in una fiorente località balneare.

Strumenti di lavoro nella cava

Viaggio nella sofferenza , capitolo 3 Manicomio di Maggiano Lucca

L’immagine è stata pubblicata sul sito “iluoghidellabbandono” quale immagine di copertina della seconda giornata di visita fotografica presso l’ex manicomio di Maggiano (LU) in svolgimento il 4 Novembre 2018

L’Ospedale psichiatrico di Lucca ha origine nella seconda metà del XVIII secolo, quando il Monastero dei Canonici Lateranensi di Santa Maria di Fregionaia venne soppresso e adibito a struttura per il ricovero e la custodia dei folli, come dipendenza dello Spedale cittadino di San Luca della Misericordia.

Dal 1772 al 1775 furono realizzati i primi lavori di adattamento dell’ex complesso monastico alla nuova struttura manicomiale. Il 20 aprile 1773, con l’insediamento del personale, fu ufficialmente aperto lo Spedale de’ Pazzi di Fregionaia e il giorno seguente arrivarono i primi undici malati, provenienti dal Carcere cittadino della Torre.

Maggiano è come altri manicomi. Tanti edifici su un colle verde e tranquillo nell’entroterra lucchese, lavanderie, officine, cucine, una chiesa e molti dormitori.

I primi anni di vita dell’ospedale videro la prevalenza di sistemi di mera custodia, mentre a partire dal secondo decennio dell’Ottocento, grazie all’opera di Giovanni Buonaccorsi, fu adottata come terapia riabilitativa l’occupazione manuale dei malati. Così mentre gli uomini erano occupati prevalentemente nei lavori agricoli, le donne erano impiegate in lavori di pulizie e di riassetto.

La struttura nel corso di duecento anni ha ospitato sino a duemila malati ed è stata diretta personalmente da Mario Tobino negli anni dal 1955 al 1975, un periodo in cui sono state attivate numerose iniziative per coinvolgere i malati nella struttura sociale, aprendo il luogo di ricovero al mondo esterno.

 

Applicazioni utilissime per il processo B&W

Ho sperimentato con successo un applicazione che possiamo trovare sia in ambiente IOS ,sia Android ,Massive dev chart , questa app.propone  un data base di associazioni rivelatore – pellicola corredata di tempi , modalità di agitazione , timer , luminosità variabile , per CO (colore  rosso), luce ambiente .

Informa circa lo stato del processo con il timer e la grafica e guida nel processo indicando le modalità di agitazione.

Esiste un editing che permette sia la modifica dei dati di processo , sia la scrittuta di note ed eventuali

Allego immagini e link utili

massive , illuminazione base di colore rosso per ambiente di CO
selezione e guida al processo
versione telefono cellulare
selezione rivelatori

https://www.digitaltruth.com/devchart.php

Trattiamo il negativo esposto

Abbiamo già impresso le immagini sulla pellicola , adesso è giunto il tanto , (atteso, temuto ) momento nel quale ,fisicamente , dobbiamo portare alla luce le immagini , finora immaginate, siamo ad un passo dal successo o insuccesso più clamoroso , che comunque ha sempre una ragione per la quale avviene, pertanto capiamo la/le ragioni di ogni successo o insuccesso che sia.

Dobbiamo porci necessariamente il dubbio se la la camera oscura è o meno “oscurata ” opportunamente prima di aprire il contenitore del rullo 135 mm o srotolare il rullo 120 , pertanto suggerisco di permanere per qualche minuto nella completa oscurità in modo che l’occhio abbia tempo di abituarsi ed eventualmente  carpire le infiltrazioni di luce , nemiche giurate del processo .

Una volta determinata la piena oscurità possiamo procedere con i primi passi , operando al buio più completo sarà necessario predisporre tutte le condizione per cui nessun oggetto, possa in qualche modo cadere a terra , cercarlo sarebbe assai complesso , pertanto suggerisco di operare su di un tavolo al di soprA del quale avremo posizionato una bacinella per lo sviluppo contenente tutti gli strumenti utili , in modo da ridurre le cadute accidentali , dovremmo , inoltre disporre le parti componenti la tank di sviluppo in modo sequenziale , in questo modo daremo continuità al processo.

Avremo all’interno della bacinella , forbice , stappino, tank( smontata) .

Abbiamo tutti gli elementi utili per iniziare le operazioni di bobinatura della pellicola nella tank , svolgiamo / apriamo il contenitore ed iniziamo ad avvicinare la pellicola alla spirale ,avendo cura di fare entrare la quantità maggiore possibile di pellicola nella spirale stessa , una volta certi di questo iniziamo a bobinare avvolgendo tutto il negativo fino a che non arriverà all’estremo opposto dove c’è lo scotch e taglieremo questa parte terminando con la chiusura della tank.

Questo è il momento nel quale possiamo lavorare liberamente in piena luce, possiamo dedicarci alla preparazione dei chimici , rivelatore ,fissaggio  ed eventualmente liquido di arresto .

In merito alla scelta del rivelatore avremo già deciso come procedere avendo già effettuato tutte le considerazioni  in merito a:

tipo di illuminazione durante la sessione di ripresa

tipo di pellicola utilizzata

Sensibilità della pellicola

Ricordiamo qualche nozione determinante per il successo , la condizione necessaria affinchè tutto si svolga senza sorprese e/o inconvenienti è il controllo metodico e assoluto della temperatura dei bagni , non dovrà superare i 20°C, solo nel caso nel quale si desideri ottenere effetti differenti dallo standard , potremo modificare i parametri tempo -temperatura .

Una temperatura dei bagni maggiore di 20 °C comporta inevitabilmente un aumento della grana della pellicola ed un contrasto più netto.

Una volta che abbiamo la pellicola avvolta all’interno della tank possiamo permetterci il lusso di ponderare i prossimi passaggi, eventualmente ricorrendo all’aiuto offerto dall’applicazione , di cui all’articolo .

All’inizio della fase di sviluppo consiglio vivamente di sbattere leggermente il fondo della tank al fine di fare salire eventuali bolle che inevitabilmente porterebbero alla formazione di macchie sulla superficie delle pellicole.

Altro suggerimento , per coloro che come me non usano lo stopper , lavare accuratamente dopo il rivelatore le pellicole con abbondante acqua ,evitando cosi di inquinare il successivo bagno di fissaggio.

Ultimo suggerimento , l’eso di una soluzione imbibente dopo il lavaggio , un tensioattivo serve a rimuove tracce di sporcizia sulla pellicola.

Asciugare le pellicole la dove non ci polvere e/o sporcizia assicura la disponibiltà di ottimi negativi  per la successiva fase di stampa.

 

 

 

 

 

 

meccanici ..di una volta

La prima fotocamera assolutamente meccanica è stata la Fuji modello STX-1, reflex completamente manuale , un banco di prova dal quale tutti gli  aspiranti fotografi dovrebbero  necessariamente transitare per cementare le proprie esperienze e/ o aspirazioni.

Questo passaggio , necessario , per la formazione sia teorica che pratica dell’aspirante immortalatore di immagini.

Con l’avvento dell’elettronica e pertanto delle prime reflex multi program  acquistai la reflex 35 che da sempre mi segue una Pentax Super- A

 

equipaggiata di :

obiettivo Pentax 35mm f:2

 

Obiettivo Pentax 105 f:4

aiutato dagli allora flash a torcia modello Sunpak numero guida 42, potenti , versatili .

L’amore per il 35 mm è stato a lungo osteggiato dalla passione per il medio formato , anche in considerazione del fatto che , durante i primi anni di azienda (dove è nata la passione per la cattura delle immagini) ho svolto a lungo attività fotografica industriale utilizzando una meravigliosa Mamiya 645 , con la quale mi sono forgiato ulteriormente sotto la guida esperta del mio mentore Martini Sergio ( del quale ho scritto nell’articolo Storia  di un …..)

Il sogno di possedere la REGINA del medio formato analogico si è avverata qualche tempo fà  acquistando una meravigliosa Hasselblad 503 cx corredata di obiettivi

Planar 120mm f1:5.6

Distagon 50 mm f 1:4

Con l’adozione della regina , ho iniziato con ancora maggiore vigore la realizzazione di immagini B&W medio formato , ovviamente ho aggiornato anche l’attrezzatura di CO acquistando , da un vecchio fotografo fiorentino , gli ingranditori  DURST formato 6×6 e 6×9, corredati di ottiche di focale varia ma ,sempre e comunque di elevatissima qualità ottica, Shneider , Agfa , Rodenstock .