Giostra dell’Orso 2019

fotografo ufficiale della manifestazione

La venerazione dei pistoiesi per san Jacopo vien fatta risalire ai tempi delle scorrerie saracene e sembra che proprio per essere stata salvata da una scorreria per sua intercessione, Pistoia lo eleggesse a protettore nell’866. Nel 1174 fu fondata l’opera di san Jacopo, incaricata della conservazione della cappella di San Jacopo e di organizzare le manifestazioni civili e religiose in onore del santo. L’antico palio era così importante e sentito nella città che solo per gravi motivi (guerreepidemie, ecc.) veniva talvolta soppresso. Generalmente le violenze venivano sospese e Boccaccio descrive la festa del 1348, l’anno della peste. Addirittura nel 1464 l’opera di San Jacopo stabilì che per nessuna ragione, anche in tempo di peste, si dovesse omettere di far correre il palio. La popolazione partecipava anche in maniera massiccia ma era esclusa dalla organizzazione e gestione dei festeggiamenti, riservate alle famiglie nobili e patrizie.

Una deliberazione comunale del 1514, presa per contestazioni sulle “mosse e le riprese dei barberi”, ci attesta che la corsa si correva da una pietra miliare sulla via Lucchese alla chiesa di Santa Maria Cavaliera, situata a fianco del palazzo comunale. Si trattava dunque di un percorso rettilineo e misurava probabilmente circa tre chilometri. Dopo la costruzione del bastione mediceo di porta Lucchese il palio fu disputato lungo la via dello Spianato, l’attuale Corso. Nel 1788 un palio fu corso, in tondo, sul prato di san Francesco. Durante gli anni le regole e il percorso nel quale veniva fatto hanno subito molti cambiamenti ma la formula della corsa rimase fino allo scoppio della prima guerra mondiale.

Nel 1947 la tradizione del palio fu ripresa e cambiò denominazione nell’attuale giostra dell’orso, in onore all’animale araldico rappresentato nello stemma cittadino (a Pistoia chiamato “il micco”), e si ripeté ogni anno nella suggestiva cornice di piazza del Duomo fino al 1957, anno in cui venne nuovamente interrotta. La tradizione della giostra ritorni ad affacciarsi a Pistoia nel 1975 quando il comitato cittadino e i 4 rioni della città decidono di far ricominciare a correre i cavalli in piazza del Duomo. La giostra dell’orso, da quella data, è sempre stata disputata (tranne in due occasioni) e non ha subito grandi cambiamenti salvo spostare la gara dal pomeriggio alla sera per rendere più suggestiva la competizione cavalleresca. 

Capalbio 2019 , Giardino dei tarocchi

Il Giardino dei Tarocchi è un parcoartistico situato in località Garavicchio, nei pressi di Pescia Fiorentina, frazione comunale di Capalbio (GR) in ToscanaItalia, ideato dall’artista francostatunitenseNiki de Saint Phalle, popolato di statue ispirate alle figure degli arcani maggiori dei tarocchi. Per volontà dell’artista, nel Giardino dei Tarocchi non si eseguono visite guidate per lasciare all’interpretazione dei visitatori.

Breve storia

Seguendo l’ispirazione avuta durante la visita al Parque Guell di Antoni Gaudí a Barcellona, poi rafforzata dalla visita al giardino di Bomarzo, Niki de Saint Phalle inizia la costruzione del Giardino dei Tarocchi nel 1979.

Identificando nel Giardino il sogno magico e spirituale della sua vita, Niki de Saint Phalle si è dedicata alla costruzione delle ventidue imponenti figure in acciaio e cemento ricoperte di vetri, specchi e ceramiche colorate, per più di diciassette anni, affiancata, oltre che da diversi operai specializzati, da un’équipe di nomi famosi dell’arte contemporanea come Rico WeberSepp ImhofPaul WiedmerDok van WinsenPierre Marie ed Isabelle Le JeuneAlan DavieMarina Karella e soprattutto dal marito Jean Tinguely, scomparso nel 1991, che ha creato le strutture metalliche delle enormi sculture e ne ha integrate alcune con le sue mécaniques, assemblaggi semoventi di elementi meccanici in ferro.

All’opera hanno collaborato anche Ricardo Menon, amico ed assistente personale di Niki de Saint Phalle, e Venera Finocchiaro, ceramista romana; le sculture più piccole del Giardino (la Temperanza, gli InnamoratiIl Mondol’Eremita, l’Oracolo, la Morte e l’Appeso), realizzate a Parigi con l’aiuto di Marco Zitelli, sono state poi prodotte in poliestere da Robert, Gerard e Olivier Haligon. L’architetto ticinese Mario Botta, in collaborazione con l’architetto grossetano Roberto Aureli, ha disegnato il padiglione di ingresso, uno spesso muro di recinzione con una sola grande apertura circolare al centro, pensato come una soglia che divida nettamente il Giardino dalla realtà quotidiana.

Terminato solo nell’estate del 1996, la realizzazione del Giardino ha comportato, oltre ad un enorme lavoro di impianto, una spesa di circa 10 miliardi di lire interamente autofinanziati dall’autrice. Nel 1997 Niki de Saint Phalle ha costituito la Fondazione Il Giardino dei Tarocchi il cui scopo è quello di preservare e mantenere l’opera realizzata dalla scultrice. Il 15 maggio 1998 il Giardino dei Tarocchi è stato aperto al pubblico. Visitando il parco si nota che non sono stati terminati alcuni interventi e che una statua è incompiuta, a causa della malattia respiratoria che uccise l’artista nel 2002 e il cui volere era quello di non completare le parti che lei stessa non aveva realizzato

OPC Ospedale Psichiatrico Criminale Montelupo F.No.

Breve Storia

A partire dalla seconda metà del XIX secolo, nel corso dell’acceso dibattito tra opposte scuole penalistiche italiane, cominciò ad emergere l’idea di creare delle istituzioni destinate ai cosiddetti “folli rei”, soggetti che avevano commesso un reato in stato di assoluta follia e che, secondo l’impostazione della scuola Classica, non potevano rispondere della loro condotta delittuosa in quanto l’irrogazione di una pena in senso stretto era necessariamente ricollegata alla consapevolezza e colpevolezza del reo. Conseguentemente, il codice penale all’epoca vigente escludeva la responsabilità in capo al soggetto che avesse commesso un delitto in condizioni di “assoluta imbecillità, pazzia o morboso furore”, che pertanto veniva prosciolto e, di norma, rimesso in libertà.

A tale concezione si opponeva la scuola Positiva, forte delle conoscenze acquisite dalla nuova scienza criminologica. Il “pazzo delinquente”, così determinato da fattori biologici e antropologici, rappresentava un pericolo per la collettività, dinanzi al quale la società era chiamata ad approntare idonei strumenti difensivi. La reazione dell’ordinamento al crimine, pertanto, avrebbe dovuto attivarsi anche nei confronti del folle; la prigione, tuttavia, non sarebbe stata adeguata a tali individui. Infatti, se da un lato rischiavano di pregiudicarne l’ordine e la disciplina, dall’altro le case di pena non erano idonee a fornire loro le cure necessarie.

Pertanto, gli esponenti della scuola Positiva (primo fra tutti Cesare Lombroso) proposero l’istituzione di appositi manicomi criminali sul modello di quelli già creati in Inghilterra a partire dal secolo precedente, istituzioni capaci di eliminare dalla società i soggetti ritenuti irrecuperabili ed eventualmente curare quelli per i quali poteva prevedersi una riabilitazione. Si immaginava, così, un’istituzione con direzione medica e personale carcerario a metà tra una struttura per folli e una per delinquenti, tra cura e custodia, tra medicina e giustizia.

Il codice Zanardelli del 1889, pur non sposando le tesi della scuola Positiva, stabilì che in caso di reato commesso in stato di infermità mentale tale da togliere la coscienza o la libertà dei propri atti, l’individuo, seppure prosciolto perché non punibile, poteva essere consegnato all’autorità di pubblica sicurezza, laddove il giudice ne avesse stimato pericolosa la liberazione. L’autorità competente provvedeva in seguito al ricovero provvisorio in un manicomio in stato di osservazione; se dopo tale periodo la prognosi di pericolosità veniva confermata, il giudice ne ordinava il ricovero definitivo.

Il codice penale, peraltro, parlava di semplici “manicomi”, non facendo alcun cenno alle nuove strutture che nel frattempo erano sorte. Il primo manicomio giudiziario fu inaugurato a Montelupo Fiorentino nel 1886, sebbene già nel 1859 fosse stata creata presso la casa penale per invalidi di Aversa una speciale “sezione per maniaci” che ospitava i detenuti che, successivamente alla commissione del reato, fossero stati colpiti da un’infermità psichica. Fu il successivo Regolamento Generale per gli Stabilimenti Carcerari del 1891 a prevedere che gli imputati prosciolti per infermità di mente potessero essere ricoverati presso i due suddetti manicomi giudiziari, ai quali ben presto se ne aggiunse un terzo a Reggio Emilia.[2]

La prima norma a disporre il ricovero coattivo all’interno dei manicomi è stata la legge 14 febbraio 1904, n. 36. La vera svolta, tuttavia, avvenne con l’approvazione del Codice Rocco nel 1930 che istituzionalizzò il ricorso al manicomio giudiziario quale misura di sicurezza da disporsi sempre nei confronti dell’imputato prosciolto per infermità psichica. Con il nuovo codice l’ordinamento penale italiano accolse le istanze della cosiddetta Terza Scuola, introducendo quale compromesso tra le contrastanti opinioni delle scuole Classica e Positiva il sistema del doppio binario che articolava le risposte sanzionatorie alla commissione di un reato distinguendole tra pene e misure di sicurezza, queste ultime a loro volta suddivise in personali e patrimoniali.[3]

Successivamente, con la riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975 e con il relativo regolamento di attuazione di cui al D.P.R. 29 aprile 1976, n. 431, entrarono a far parte del sistema penale italiano. Tuttavia nel 2011, il decreto legge 22 dicembre 2011, n. 211, successivamente convertito in legge 17 febbraio 2012, n. 9, aveva disposto all’art. 3-ter la chiusura delle strutture per la data del 31 marzo 2013. Tale norma fu adottata dopo un’indagine parlamentare che accertò le condizioni di estremo degrado degli istituti e la generalizzata carenza di quegli interventi di cura che avevano motivato l’internamento. In proposito la stessa legge prevede poi che le misure di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario e dell’assegnazione a casa di cura e custodia sono eseguite esclusivamente all’interno delle strutture i cui requisiti sono stabiliti con D.M. emanato dal Ministro della salute, adottato di concerto con il Ministro della giustizia, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome.

Il 17 gennaio 2012 la Commissione giustizia del Senato ha approvato all’unanimità l’emendamento per la chiusura definitiva degli OPG entro il 31 marzo 2013[4]. Il decreto legge 25 marzo 2013 n. 24 ha poi prorogato tale chiusura al 1º aprile 2014. Ancora una volta, tuttavia, il termine originariamente disposto non è stato rispettato, e lo stesso 1º aprile il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha promulgato “con estremo rammarico” un decreto legge che fissa al 30 aprile 2015 la data entro la quale dovranno essere chiuse queste strutture[5][6] Il decreto legge 31 marzo 2014, n. 52 – convertito in legge 30 maggio 2014, n. 81- ne ha disposto un’ultima proroga sino al 31 marzo 2015.[7]

Edificio principale

Particolare accesso

Effetto Bokeh

Bokeh (pronunciato /bɒkɛ/ o talvolta /ˈboʊkə/[1]) è un termine del gergo fotografico derivato dal vocabolo giapponese “boke” (暈け o ボケ), che significa “sfocatura” oppure “confusione mentale”[2]. A partire dalla metà degli anni novanta, si è affiancato all’uso terminologico tradizionale di espressioni come contributo delle aree fuori fuoco o resa dello sfocato.

La parola bokeh indica propriamente le zone contenute nei piani fuori fuoco di un’immagine fotografica[3] e la qualità estetica della sfocatura[4]; per estensione, si riferisce anche alla tecnica che permette di ottenere un effetto “sfocato” delle parti non in primo piano dell’immagine tramite un utilizzo creativo delle proprietà ottiche degli obiettivi.

Alcuni esempi ottenuti in studio utilizzando materiale molto semplici:

foglio di alluminio

filtri colorati anteposti al flash

Trigger per flash

Lago di Vagli ed il paese sommerso di fabbriche di Careggine

 

Cenni storici:

FABBRICHE DI CAREGGINE

Tra i tanti itinerari turistici proposti da viaggistrani, Fabbriche di Careggine in provincia di Lucca, è sicuramente uno dei posti più curiosi e particolari. Si tratta di un piccolo paese abbandonato, un raro esempio di paese sommerso. Si trova infatti sul fondo di un lago artificiale, il lago di Vagli. Non stiamo parlando di Atlantide, ma almeno si tratta di un posto reale.

Purtroppo è possibile visitarlo una volta ogni dieci anni, quando il bacino del lago viene completamente svuotato per ripulire la diga.

Vediamo di ricostruire la storia di questo luogo così particolare. Fabbriche di Careggine è la sede di un’antica ferriera, fondata nel 1200 da alcuni fabbri di origine bresciana. Il Lago di Vagli è un corpo idrico artificiale creato nel 1953, quando la valle in cui si trova attualmente fu completamente inondata per permettere la costruzione di una diga. Tuttavia quando il lago fu creato, la valle era tutt’altro che vuota.

Diga Lago di Vagli

Per molti secoli il paesino fu uno dei maggiori fornitori di ferro dell’intera penisola. Fu costruita anche una strada che collegava Modena a Massa, la Via Vandelli per agevolare il trasporto dei materiali.

Ai cittadini di Fabbriche furono concessi numerosi privilegi tra i quali l’esenzione dal servizio militare. Ma con il passare degli anni, il declino del commercio portò gli abitanti di Fabbriche a tornare ad antichi mestieri come l’agricoltura e l’allevamento degli animali.

L’economia del paese si risollevò agli inizi del secolo scorso grazie allo sfruttamento dei giacimenti di marmo nelle vicinanze di Vagli. Fu costruita una piccola centrale idroelettrica per servire i bacini marmiferi.

Durante il regime fascista sì decise di costruire una diga idroelettrica, sbarrando il corso del torrente Edron, affluente del fiume Serchio. Il progetto fu affidato all’azienda Selt Valdarno, l’attuale Enel. I residenti del villaggio furono trasferiti nella vicina città di Vagli Sotto.

Lago di Vagli svuotato

Mentre il bacino si riempiva lentamente, il villaggio si perse sotto le acque, ma non per sempre. Infatti è già riemerso quattro volte dall’allagamento del 1950. Nel progetto originale, il lago doveva essere svuotato ogni 10 anni ma dal 1947 ad oggi è stato drenato solamente quattro volte: nel 1958, nel 1974, nel 1973 e nel 1994.

Era previsto un drenaggio nel 2016 ma è stato rimandato a data da destinarsi. Un vero e proprio braccio di ferro tra il Comune di Vagli Sotto e l’Enel. Indubbiamente lo spettacolo del prosciugamento del lago attira molti turisti e di conseguenza porta ricchezza nelle casse comunali ma le operazioni di drenaggio che durano fino a sei mesi comportano all’Enel una perdita di alcuni milioni di euro.

svuotamento lago di Vagli

In compenso il 19 giugno del 2016 è stato inaugurato un ponte tibetano sul lago, in previsione di un progetto molto più ambizioso: la costruzione di una cupola di vetro proprio sopra il lago, in modo da permettere ai visitatori di ammirare il villaggio fantasma nascosto tra le acque.

Vi sono molti racconti e leggende su Fabbriche di Careggine. Alcuni raccontano di aver sentito urla provenienti dall’acqua, visto fantasmi che camminavano sulla superficie del lago e strane presenze aggirarsi nel paese sommerso. Anche nelle rare occasioni in cui il lago è stato svuotato, i visitatori accorsi in massa dichiarano di aver sentito delle voci e addirittura visto i fantasmi.

Civita e Orvieto

 

Orvieto

La cattedrale di Santa Maria Assunta è il principale luogo di culto cattolico di Orvieto, in provincia di Ternichiesa madre della diocesi di Orvieto-Todi e capolavoro dell’architettura gotica dell’Italia Centrale. Nel gennaio del 1889papa Leone XIII l’ha elevata alla dignità di basilica minore.[1]

La costruzione della chiesa fu avviata nel 1290 per volontà di papa Niccolò IV, allo scopo di dare degna collocazione al Corporale del miracolo di Bolsena. Disegnato in stile romanico da un artista sconosciuto (probabilmente Arnolfo di Cambio), in principio la direzione dei lavori fu affidata a fra Bevignate da Perugia a cui succedette ben presto, prima della fine del secolo, Giovanni di Uguccione, che introdusse le prime forme gotiche. Ai primi anni del Trecento lo scultore e architetto senese Lorenzo Maitani assunse il ruolo di capomastro dell’opera.

Questi ampliò in forme gotiche l’abside e il transetto e determinò, pur non terminandola, l’aspetto della facciata che vediamo ancora oggi. Alla morte del Maitani, avvenuta nel 1330, i lavori erano tutt’altro che conclusi. Il ruolo di capomastro venne assunto da vari architetti-scultori che si succedettero nel corso degli anni, spesso per brevi periodi. Nel 13501356 venne costruita la Cappella del Corporale. Nel 14081444 venne costruita la Cappella di San Brizio, affrescata però solo più tardi (14471504). Anche i lavori della facciata si protrassero negli anni, fino ad essere completati solo nella seconda metà del 1500 da Ippolito Scalza, che costruì tre delle quattro guglie della facciata.

Testimonianze d’arte nella mia città

C

 

 

Chiesa di San Biagio

Fu eretta nel 1063 da un certo Guitterado (personaggio di origine germanica, Witterad) e sua moglie Imilia a ridosso del alto settentrionale della prima cerchia di mura. Nel 1340 l’edificio venne devastato da un incendio e rese necessario il rifacimento in mattoni della parte superiore, ancora oggi ben visibile sulla facciata. L’esterno è provvisto di due entrate, una frontale e una laterale: la prima ha un portale in tipico stile romanico pistoiese, con un arco rialzato dalla ghiera in marmi bicromi e decorato da motivi vegetali scolpiti. Nel XV secolo prese la dedica di san Biagio o, popolarmente, di “san Biagino”, a causa di una reliquia del santo ospitata nell’edificio. Nel Seicento fu sotto il patronato della nobile famiglia pistoiese dei conti Manni. Tra le tele di cui la chiesa era dotata spiccavano l’Assunzione di Maria di Giuseppe Nasini (XVII secolo), la Santa Lucia di Giovan Battista Gigli (XIX secolo) e la Vergine Annunziata di ignoto (XVII secolo), commissionate dalla famiglia Manni, e in deposito per motivi di sicurezza all’interno della chiesa dello Spirito Santo. All’interno conserva cicli di affreschi seicenteschi in parte ricoperti da strati di pitture posteriori e presenta ai lati degli altari gli stemmi scolpiti in pietra della nobile famiglia dei conti Manni che ne aveva il diritto di giuspatronato. Vi sono inoltre due sepolcreti in pietra seicenteschi fatti costruire dall’allora rettore, padre Matteo Manni. Pregevoli sono anche le decorazioni pittoriche attorno ai portali situati simmetricamente all’interno della chiesa. Fu soppressa come parrocchia nel 1784, anche se per ostinazione del parroco continuò ad essere officiata fino al 1802. Attualmente è sempre di proprietà della Curia, ma inutilizzata.

San Giovanni Fuor Civitas

 

 

L’edificio si presenta regolarmente orientato, col lato settentrionale, parallelo alle scomparse mura, in grande evidenza mentre il lato meridionale dà sul chiostro, e facciata e lato absidale sono malamente visibili, a causa degli edifici che quasi toccano la fabbrica. Il fianco nord, di conseguenza, è stato sempre considerato la vera facciata ed infatti reca al centro il ricco portale con l’architrave scolpita e firmata dal maestro Gruamonte che vi raffigurò l’Ultima Cena (datato 1166). L’opera mostra Gesù a tavola con undici apostoli, mentre Giuda è raffigurato in basso davanti a lui, a sottolineare la sua estraneità alla santità del gruppo. Le figure sono fisse e schematicamente ripetute, con le pieghe ritmiche della tovaglia che creano ampie onde davanti a ciascun personaggio, sembrando quasi un prolungamento delle toghe.

La fiancata presenta un’ornamentazione caratteristica del romanico a Pistoia, che imita il paramento murario tipico del romanico pisano, a file di arcatelle su lesene o colonnette con finestrelle e losanghe che si inscrivono negli archi, ma realizzata impiegando una decorazione dicroma bianca e verde (marmo e serpentino di Prato) che diventa così fitta da sovrastare otticamente il pur complesso partito architettonico. La chiesa così ricostruita, a navata unica con abside ad est, fu sottoposta al Proposto di Santo Stefano di Prato, sotto il cui patronato rimase circa un secolo. Alla fine di questo periodo la chiesa fu ampliata, distruggendo l’abside, prolungando il fianco nord e inglobando il lato nord del chiostro. Assunse così la pianta ad aula monoabsidata rettangolare che conserva a tutt’oggi.

Ciò che resta del chiostro del secolo XII rappresenta l’unico esempio a Pistoia di costruzione romanica con paramento misto di pietre e laterizio: sono in pietra le colonnine, adorne di capitelli con teste di leoni e di buoi, in mattoni gli archi e i muri piani. Nel XIV secolo il chiostro fu sopraelevato con una loggia.